Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl
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venerdì 13 settembre 2019

Il gioco di Santa Oca, Fedeltà, L'amore che dura, Persone normali, La versione di Fenoglio, Addio fantasmi, Il giardino di Elisabeth, Un incantevole aprile, La fattoria di gelsomini

Una bella pila di libri, quella che avevo predisposto per l'estate, ma il tempo di leggere, sempre un po' rubato alle relazioni, all'esercizio fisico (tanto per dire) e alle innumerevoli  incombenze quotidiane, non è stato quello sperato. E non voglio parlare della (im)possibilità di scrivere perché, d'accordo con Virginia Woolf, esigerebbe una "stanza tutta per sé", o almeno, fuor di metafora, uno spazio fisico e temporale in cui ritrovarsi, concentrarsi, estraniarsi.  Niente stanza tutta per me nell'estate 2019, tuttavia sono riuscita a leggere qualcosa della (forse esagerata) montagna di testi che avevo accantonatto, poi si vedrà. 

Di Elisabeth von Arnim (lettura a lungo accarezzata ma sempre procrastinata) ho apprezzato  Il Giardino di Elisabeth, meno La fattoria dei gelsomini  e Un incantevole aprile.  Forse più per il mio opinabile pollice verde che per la scrittura o la trama. Ho trovato descrizioni puntualissime e affascinanti di fiori e piante e un gusto per il paesaggio come scena ideale della vita, panacea per tutti i mali. Qua e là considerazioni di classe e, soprattutto, riflessioni sulla condizione delle donne, risolte con svagato cinismo, direi. Mi riferisco in particolare  alle osservazioni sul lavoro delle braccianti, e mi sovviene che negli stessi anni usciva Le solitarie, di Ada Negri, un racconto di altro spessore. Gli altri due romanzi mi sono parsi troppo leziosi. Non condivido neppure la diffusa opinione su Un incantevole aprile, definito sovente "incantevole" come lo stesso titolo. Tuttavia mi è parso un romanzo piacevole, costruito sullo schema della commedia degli errori, con un'attenta descrizione dei luoghi e  dialoghi colorati da qualche tocco ironico.


Con un occhio ai premi letterari, dalle cinquine finaliste di Strega e Campiello avevo pescato Missiroli, Terranova e Pariani.
Il gioco di santa Oca, di Laura Pariani, è un romanzo che unisce bella prosa, trama, ricerca storica, problemi sociali. Diverso da Nostra Signora degli scorpioni, della stessa autrice (che mi ha fatto riscoprire il lago d'Orta come meta dei grand tour ottocenteschi), eppure simile per la declinazione della lingua che abbraccia dialetto, gramlo, proverbi e detti popolari. Due libri che valgono la lettura e ripagano largamente. Ne Il gioco di Santa Oca, siamo a spasso in un luogo ribattezzato "brughiera" e in un Seicento associabile al manzoniano I Promessi sposi, però sia il tempo che il luogo sfumano presto nella narrazione, come nelle fiabe, e saltano in primo piano le vicende delle persone, le loro storie, la loro condizione di vita. Ci sono i "terrieri", gli umili,  soggetti alle angherie dei signori e dei soldati e persino a quelle degli ecclesiastici, tutti meglio nutriti e rivestiti di bei panni, mentre i poveri "pitochi" vedono e soffrono guerre, razzie, incendi e,  se sono femmine, soffrono ancora di più.  Pariani racconta la storia di un tale, Bonaventura Mangiaterra,  che alzò la testa per rivendicare giustizia, un ribelle che tenne in scacco i potenti ed ebbe gran seguito fra i suoi contemporanei. La voce narrante è quella singolare di Pùlvara, o Poo, donna che si finse uomo per entrare nella banda,  una "camminante" raminga e solitaria che ora, dopo vent'anni, persegue un suo progetto di ritrovamento, di "cassina in cassina" e, per un "tocco" di pane, incanta con le sue storie. 
Con la sua lingua apparentemente antica, Pariani procura un esito insospettato, tra stupore, divertimento e riflessione, tenendoci inchiodati alla pagina  e, per chi ha radici contigue a Lombardia e Piemonte, fomenta memorie infantili e famigliari. 

Lei, lui, l'altra e l'altro per le prime decine di pagine, in Fedeltà di Marco Missiroli. Un quadrilatero, più che un triangolo, elencazione di gesti, impegni e frequentazioni. Poi tutto si complica e inizia un viaggio nelle menti e sottopelle dei personaggi che scava dubbi e disegna scenari con patemi, resistenze e abbandoni. E ci sono anche i corpi, nel loro alfabeto di bellezza e desiderio. Annullate le distanze spaziali, il racconto pone nella stessa unità di tempo le vicende di tutti i soggetti. Banale, forse, ma mi è sorto un interrogativo (di eco "morettiano"): sono più fedele se non tradisco o, per esserlo, non devo neppure farmi sfiorare dalla tentazione? Meno banalmente, la domanda che serpeggia sembra essere: cosa rende  salda la vita di coppia e come si spiega l'amore che dura? L'autore si è preso il compito di trattare un argomento non semplice, senza citare Flaubert, senza cinismo e senza esagerare con i sentimenti, molto realistico,  a mio parere, sortendo una fotografia sociale decisamente contemporanea.
A proposito di amore che resiste al tempo, l'ultimo titolo di Lidia Ravera. Meno militante del precedente (Il terzo tempo) questo suo L'amore che dura, ha anche una grazia malinconica, pur rivisitando i temi sempre cari all'autrice: il periodo sessantottino, l'impegno politico, l'inserimento nel sistema sociale, dopo le lotte, con le necessarie, talvolta dolorose,  mediazioni. Anche qui, come in Fedeltà, l'argomento sembra essere l'amore di coppia, con i suoi limiti e i suoi regali. Anche qui il discorso non scade mai nel sentimentalismo, anche se di sentimenti si parla dall'inizio alla fine, e la fine è sconcertante, potete credermi.
C'è ancora un terzo libro, sempre sul tema amore-di-coppia, che desidero accomunare ai due precedenti, Persone normali, di Sally Rooney, giovane scrittrice irlandese, molto apprezzata nelle isole britanniche, con un buon successo di vendite anche nelle traduzioni italiane. Alla sua sola seconda prova narrativa, mostra una scrittura dai dialoghi scabri, senza segni d'interpunzione, come talvolta sembrano parlare proprio i giovani e giovanissimi. Mi chiedevo cosa avesse da "dirmi" una giovane penna, decisa ad archiviare il suo romanzo, acquistato distrattamente, tra quelli inutilmente letti. Invece sono rimasta favorevolmente impressionata dalla capacità di descrivere le convenzioni entro cui ci si imbatte nell'innamoramento e nel prosieguo dell' amore, e le scelte frustranti che annientano i sentimenti, alimentati da qualcosa che ha a che fare con il dono di sé, senza riserve, senza confini.

Non mi soffermo su Addio fantasmi, di Nadia Terranova, che ha avuto ottime e qualificate recensioni, perché ci sono libri che non mi coinvolgono, per mille motivi, e preferisco diffondermi su quelli che mi interessano davvero e non sottolineare altro. Voce fuori dal coro? Anche se la posizione mi risulta scomoda, sì. 

Concludo la prima puntata delle mie impressioni di lettura sui libri accostati da giugno a fine agosto con La versione di Fenoglio, di Gianrico Carofiglio. La scrittura di questo autore non è mai scontata, come pure la scelta degli argomenti. In questo  romanzo sembra prevalere la sua competenza di magistrato, ma senza alterare l'armonia della narrazione e senza trasformare il racconto in un'arida cronaca d'ufficio. I "casi" che ricorda il protagonista, un maresciallo carabiniere, sono descritti con dovizia di particolari, inducono a riflettere su giustizia e forze dell'ordine, modalità e tempi di detenzione, chi sono i buoni e chi i cattivi e come il confine tra questi sia talvolta sottile e labile. Tutto già esplicitato nel titolo: si tratta della "sua" versione, di testimone o decisore a seconda della situazione, ma si lascia intendere che  altre possibili opinioni/versioni abbiano il diritto di esistere. E tuttavia non si avverte un'aria relativista e giustificatoria. Au contraire, si respira la tensione etica che riconduce i fatti e le scelte a responsabilità precise. C'è un altro tema che aleggia nel racconto, la vecchiaia, con il corredo di decadimento fisico  e malinconico rapporto con la giovinezza passata. Molto intrigante, ma garbato nell'uso della parola come sa renderlo Carofiglio, il libro giustifica la sua posizione tra i più venduti di questo periodo. 
(continua)
Il giardino di Elisabeth, Elisabeth von Arnim (Elisabeth and Her German Garden, 1898, traduz. di Graziella Bianchi Baldizzone), Bollati Boringhieri, 2012.
Un incantevole aprile, Elisabeth von Arnim ( The Enchanted April, 1922, traduz. di Luisa Balacco), Bollati Boringhieri, 2012.
La fattoria dei gelsomini, Elisabeth von Arnim (The Jasmine Farm, 1934, traduz. di Sabina Terziani), Fazi Editore, 2018.
Il gioco di Santa Oca, Laura Pariani, La nave di Teseo, 2019.
Nostra Signora degli Scorpioni, Nicola Fantini, Laura Pariani, Sellerio, 2014.
Fedeltà, Marco Missiroli, Einaudi, 2019.
L'amore che dura, Lidia Ravera, Bompiani, 2019.
Persone normali, Sally Rooney (Normal People, 2018, traduz. di Maurizia Balmelli), Einaudi, 2019.
Addio fantasmi, Nadia Terranova, Einaudi, 2018.
La versione di Fenoglio, Gianrico Carofiglio, Einaudi, 2019.

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lunedì 29 gennaio 2018

Il terzo tempo


Probabilmente Marcello Marchesi*, e il suo signore di mezza età, oggi non incontrerebbero molto successo, impegnati come siamo a sentirci e viverci eternamente giovani, ma  Lidia Ravera, sfiorando un tabù nel suo Il Terzo Tempo, va addirittura oltre questa definizione, fino all'inizio della vecchiaia. Con uno scatto creativo e scaramantico fa compiere alla protagonista, Costanza, l'eutanasia di un rapporto trentennale, con le motivazioni più varie: per non aspettare che morte separi, per non camparsi addosso trovandosi indigesti, per non costringersi a curarsi l'un l'altro. In realtà, la protagonista della storia sta anche cercando di elaborare il lutto materno, arrivato dopo un periodo estenuante di cure umilianti, a suo dire, per lei e  la madre.
La prosa di Ravera è sempre lucida, tagliente e, nella prima parte del libro, anche militante. Non riesce, o non vuole, questa autrice, prescindere dalle sue esperienze giovanili, dalle scelte politiche compiute nel mitico crocevia sessantottesco, così i dettagli, i riferimenti di quel periodo ritornano sempre nelle sue opere, filtrate qui dal tempo che cambia tutto: le persone, le situazioni economiche, le condizioni di salute. In ogni caso, qualunque sia il "gradiente" autobiografico di questo romanzo, non si respira alcun rimpianto, piuttosto un accanimento malinconico di quello che fu. E la scelta di rintracciare gli amici, nella loro naturale diaspora, sembra un'operazione quasi sciocca o, almeno, inutile, promossa da uno scatto caratteriale più che da un'analisi seria. Costanza li vorrebbe raggruppare in un'abbazia ricevuta in eredità dal padre, perché possano invecchiare insieme, nella riproposizione di un nucleo domestico che, per lei, rappresentò la fuga dalla famiglia verso nuovi stili di vita. Non è tanto l'idea, già peregrina di suo, quanto la strada che decide di percorrere, a sembrare astrusa, tra un figlio, che dice di adorare, e che le scombina non poco le carte, e un marito, allontanato perché giudicato ormai di troppo. Rasenta persino la mancanza di rispetto verso l'ex coniuge, come fosse il prolungato capriccio di una bambina, mettendolo alla porta senza nemmeno permettergli di scegliersi i libri da portare via. Ma il suo castello programmatico va in frantumi perché la realtà non si piega al suo volere e lui, l'uomo messo in disparte, accantonato,  riesce a costruirsi un'alternativa che lascia la protagonista stupefatta e destabilizzata.
«Nei giorni seguenti Costanza sperimentò il silenzio e l'immobilità. Non l'aveva mai fatto. Mai era stata ferma e zitta ad ascoltare quel tipo particolare di disperazione che prende la forma della gelosia. O forse dell'invidia. Silenzio e immobilità. La nauseante avventura della sofferenza amorosa».
La seconda metà del libro  si presenta diversa per tono e scrittura, infatti pare ci sia una resa progressiva all'ineluttabilità dei fatti e una prevalenza di emotività. La protagonista cerca di ripercorrere i luoghi dove fu felice con il marito e il figlio, quasi un antidoto alla consistente dose di amarezza che deve deglutire. Lidia Ravera si conferma capace di dominare la materia incandescente dei sentimenti, tra storia e memoria,  sempre con una piccola accetta che non esita a calare, già in apertura, ed è tutto un programma. Un incipit in qualche libera misura tolstoiano, corretto da una buona dose di ironia.
«Quando si è giovani, si è giovani, più o meno, tutti nello stesso modo. Vecchi, se si resta in vita abbastanza, lo si diventa ognuno a modo suo. La giovinezza viene contraffatta, corteggiata, rimpianta. È una diffusa vanteria, in certi casi una giustificazione. Quasi sempre la condizione necessaria, anche se insufficiente, per essere invidiati. La vecchiaia è la resa a un finale scontato. Ha la morfologia della tragedia. Come per la maggior parte delle tragedie acclarate, genera innanzi tutto i negazionisti, quelli che la vecchiaia non esiste, e se esiste capita solo agli sfigati. Poi ci sono i nostalgici del passato, nelle due varianti: lirici e acidi. I primi sono inoffensivi, i secondi rosi dall'invidia (da evitare). Più articolati i martiri della dissociazione positiva: quelli che si dichiarano vecchi fuori e giovani dentro, come se, arrivati a un certo punto, non si avesse più diritto a essere interi. Ultima categoria, i partigiani del rimpianto (quello che avrei potuto fare e non ho fatto). In genere si tratta di vecchi ferocemente incazzati con se stessi e perciò costretti prima o poi a ricorrere ai farmaci».
Nel cinquantenario del Sessantotto, che si annuncia denso di rivisitazioni, saggi, confronti e chissà cos'altro, questo romanzo si impone con una voce non esile, una lettura intima di un tempo in cui il personale era politico e ricorda l'utopia in cui alcune persone, che l'hanno vissuta da protagonisti o spettatori,  potrebbero ritrovarsi, in tutto o in parte.

Il terzo tempo, Lidia Ravera, Bompiani, 2017.

Nota al testo
* Marcello Marchesi (1912 - 1978) fu scrittore, sceneggiatore e regista.

Sull'argomento vecchiaia e dintorni avevo già scritto (nel post De Senectute, 24/03/2013), ma suggerisco anche questi altri titoli:





















L'età pericolosa, Karin Michaelis, Giunti 1989.
Scritto nel 1910, meriterebbe una riscoperta. Presenta la svolta nella vita della protagonista che,  in qualche modo e alla lontana,  richiama il gesto di Costanza ne Il terzo tempo di Lidia Ravera.

L'età di mezzo, Joyce Carol Oates, Mondadori, 2015.
Qui siamo in una cittadina che somiglia al set di Desperate housewives e una per volta conosciamo i pensieri e le frustrazioni delle donne che hanno avuto un qualche rapporto con un amico venuto a mancare improvvisamente. Uno sguardo ironico e senza sconti sentimentali sulle contraddizioni e i limiti relazionali della middle class americana fotografata, appunto, nell'età di mezzo.

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