Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl
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mercoledì 23 agosto 2017

Di là dall'acqua


Avevamo lasciato Jacopo Zambon con un caso chiuso e risolto e quasi lieto dei suoi affetti, lo ritroviamo coinvolto in un'indagine che mette in gioco anche la memoria della sua città. In Di là dall'acqua, di Elisabetta Baldisserotto,  siamo sempre a Venezia e come dubitarne? Dalle prime righe si è cullati dall'acqua dei canali e dalla lingua dolcissima che indugia in felici espressioni dialettali. La prosa dell'autrice sembra qui più matura, armoniosa e, a tratti, malinconica perché allude o sottolinea il dolore.
Questo nuovo romanzo di Baldisserotto sembra concepito come parte di una "serie", nel significato che attribuiamo alle più famose e seguite serie televisive: ogni episodio è autonomo e, nello stesso tempo, c'è un sottofondo che si sviluppa, in cornice, fino a diventare la vera storia delle storie.  Vediamo appunto il commissario Zambon con l'evidente peso dei suoi ricordi, del suo lutto da elaborare e i richiami al precedente Morire non è niente sono  tra le righe e percepibili nei suoi gesti di space clearing.
"La fase acuta era passata, ma ancora oggi non poteva ascoltare Dylan, -He was a friend of mine-, senza piangere".
 "Di là dall'acqua", a Venezia, si emarginavano i pazzi, i folli, i matti quando ancora doveva soffiare il vento nuovo della psichiatria e proprio in quel luogo denso di memorie e tristezza, l'isola di San Servolo, sede del grande e ormai vuoto Manicomio Centrale delle Province Venete, si tiene ora un convegno di psicanalisti nel nuovo centro congressi con annessa foresteria. Grandi nomi di studiosi raccolti a presentare le loro visioni e strategie di cura e ci scappa il morto.
Niente è mai perfettamente lineare, persino le relazioni tra psicanalisti sono complesse e contemplano ammirazione e stima insieme a rivalità e sottili gelosie.
Un'altra sfida per il nostro commissario che l'autrice ci mostra  oscillante nella sua ricerca di una qualche serenità personale, eppure capace di risolvere questa non semplice situazione che lo vede, tra l'altro, fronteggiare la sua stessa analista. Jacopo Zambon capisce subito "che la pace ovattata in cui aveva vissuto nelle ultime settimane era finita". Con un tratto unico scova testimoni, raccoglie confidenze, scatena ricordi nelle persone più impensate, camminando con gli stivali di gomma, per l'acqua alta, tra pasticcerie, calli, squeri e la barca, perché "barca xe casa [...] c'è tutto quello che serve in quel guscio galleggiante".
Si diceva del dolore ed è proprio il prezzo che si paga, talvolta, per essere ribelli, al di fuori degli schemi e persino la vendetta, anche dopo tanti anni, può essere ispirata dal dolore, basta solo che qualcuno predisponga ogni cosa per rendere il compito facile, almeno in apparenza.

Di là dall'acqua, Elisabetta Baldisserotto, Cleup,2017.

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lunedì 14 marzo 2016

Morire non è niente

Improperi del pope, provièr muscoloso e tatuato, gondola che beccheggia, sì, è Venezia. E l'indagine poliziesca del commissario Jacopo Zambon si snoda appunto tra calli e campielli, ma lontano dal chiasso del turismo straripante, piuttosto tra vecchie trattorie, case di amici e luoghi in cui si incontravano da ragazzi. 
Elisabetta Baldisserotto, autrice di questo giallo, è psicologa analista junghiana, e manda in analisi il protagonista per elaborare la separazione dalla moglie e trovare una misura tra dedizione al lavoro e spazio per gli affetti. Gran lettore, questo Zambon,  ama la letteratura americana degli anni Venti, Faulkner, Fitzgerald, Dorothy Parker, ma anche Hemingway, Carver e Yourcenar, per tacere delle letture classiche, tra cui Omero, e nel suo studio tiene un'intera libreria dedicata alla narrativa, che si contrappone ad un'altra con testi di legge e diritto.
Ma se muore Alvise, suo amico da sempre, impegnarsi nell'indagine per omicidio, per lui  significa scoperchiare  un barile di nefandezze: abusi sui minori da parte di religiosi, circonvenzione di incapaci, appropriazione indebita di beni appartenuti a vecchie persone "aiutate" a morire. Avrebbe preferito non conoscere la doppia, terza vita dell'amico, con quello che sottende e gli impone di rivedere il giudizio sui suoi stessi amici. Tenero antieroe contemporaneo, pieno di slanci e incertezze, ancora e in cerca di un amore, un po' si lecca le ferite, un po' prende cantonate, serio e competente nel suo lavoro, ma sovente sfiorato dal dubbio di sbagliare.
Cullata dall' acqua dei canali, che a Venezia sembra ritmare il tempo che passa, la narrazione comincia sottotono, ma poi acchiappa chi legge fino allo sciogliersi dell'enigma.
Però niente è più come prima perché, citando Hemingway, "morire non è niente",  ma solo per chi muore e invece chi rimane deve affrontare "il" niente, ossia la negazione assoluta, aggiunge il nostro commissario. Gli basterà la corazza difensiva, che si è costruita in tanti anni di servizio nella Mobile, per tollerare l'ingiustizia, la crudeltà, la violenza, l'orrore e, appunto, la morte?

Morire non è niente, Elisabetta Baldisserotto, Cleup 2015.