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martedì 11 giugno 2019

Amore inquieto




Una scrittura dettata da un imperativo personale e inderogabile, Amore inquieto, di Nadia Tarantini. Un bisogno profondo di chiarezza e memoria, con il desiderio di trattenere la vita che non c'è più nella forza evocatrice delle parole. Parole che raccontano fatti, gesti, famiglie, giovinezza e mancanza. Perché in tutto questo libro pieno di persone aleggia un vuoto grande, un dolore accennato e infine narrato, un rimpianto, direi. L'autrice, giornalista e scrittrice, con questo memoir ripercorre il rapporto madre-figlia alla luce dei gesti di cura nella fase terminale di vita della sua mamma e dei ricordi,  creando una narrazione insieme distante dalla realtà vissuta e, in un certo senso, più universale, per comprendere le molte sfaccettature di un rapporto mai semplice, fatto di affetto, conflitti, persino rancori e compassione.
«Ciò che un tempo ti ha fatto soffrire, il setaccio della vita lo ha reso leggero, come un vento di primavera».
E anche: «Le piace essere accudita, ma odia pensare che i figli le stiano accanto perché non può più stare da sola. Vuole dare qualcosa, lasciare segni, per vivere ha necessità di uno scambio continuo».
«Cerca l'incontro, il cibo, il pensiero buono che la farà ricominciare».
La narrazione ha un andamento rapsodico, non è lineare come non lo sono i ricordi, che affiorano incoerenti e persino subdoli. Il trait d'union sono le parole che rimandano alle parole dette, ascoltate, carpite per caso, comprese o fraintese, ma tutte destinate a lasciare una traccia, sempre.
«La scrittura, ne sono convinta» afferma Tarantini «ce la danno le madri. Non soltanto perché sono materne le prime parole che impariamo, ma perché le madri ci danno il contesto per raccontare, le scene dell'immaginario con le quali ci spiegano il mondo. Un'impronta quasi più importante del camminare, mangiare [...]».
Dalla lettura del diario, in parte regalato e poi ereditato, su cui la mamma ha scritto fino alla fine dei suoi giorni,  si aprono squarci di conoscenza della nonna, dei parenti e di lei stessa, che la inducono a riflettere sul presente e sul passato delle relazioni famigliari.
«Perché ci lasciamo insultare dai figli? Dicono che sia per amore, ma non è vero; se fosse amore lo sentirebbero e non avrebbero bisogno di insultarci. Dicono che sia per egoismo, per paura che ci abbandonino. Questo è più probabile. Soprattutto con l'avanzare dell'età».
Con il libro precedente, Quando nascesti tu stella lucente (L'Iguana Editrice, 2017), Tarantini mi aveva avvicinata al genere distopico,  dove non era riuscita neppure Margaret Atwood (con Il racconto dell'ancella, Mondadori, 1988), intrigandomi con un testo disperatamente attuale nel configurare un futuro per il nostro pianeta. Invece questa sua opera mi è parsa subito impegnativa a leggersi, non per la scrittura, che fluisce con naturalezza, piuttosto perché dovevo impormi di resistere alla commozione e alla sofferta identificazione nei ruoli. L'autrice mi ha scritto che nell'essere figlia e madre  bisogna imparare a perdonare e perdonarsi. Mi pare sia tanto vero quanto difficile da praticare.
«L'amore non dicibile per mia madre; e dentro di me l'ho sempre criticata».
Anche Luisa Muraro scrisse che ogni donna, per vivere liberamente, ha bisogno, simbolicamente, della potenza materna, come ne ha avuto bisogno per venire al mondo e può averla solo in cambio di amore e riconoscenza. 
Amore inquieto si propone, a mio parere, come un libro che smuove sentimenti offuscati o volutamente rimossi e, nel contempo, invita alla condivisione delle esperienze, per trovare o ritrovare e valorizzare quel fil rouge con la madre che fa di noi quelle che siamo.

Amore Inquieto, Nadia Tarantini, Iacobelli Editore, 2019.




pubblicato su
https://cartesensibili.wordpress.com/2019/06/28/lauradeilibri-laura-bertolotti-amore-inquieto-di-nadia-tarantini/

Leggere Donna n°184/2019



Ho pensato di riproporre anche altri libri, già recensiti o citati, sul rapporto madre-figlia, perché l'argomento mi è caro e ci ritorno sovente. Sicuramente ne ho dimenticato qualcuno.

La tesa fune rossa dell'amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese, a cura di L. Magazzeni, F. Mormile, B. Poster, A. M. Robustelli, La Vita Felice, 2015.
La nave per Kobe. Diari giapponesi di mia madre, Dacia Maraini, Rizzoli, 2001.
Mia madre, Doris Lessing (Impertinent Daughters. My Mother's Life, 1988) traduz. di Paola Mazzarelli, Bollati Boringhieri, 1988.
Una morte dolcissima, Simone de Beauvoir (Une mort très douce, 1994) traduz. di Clara Lusignoli, Einaudi, 2001.
L'ordine simbolico della madre, Luisa Muraro, Editori Riuniti, 1992.
La passione di una figlia ingrata, Saveria Chemotti, L'Iguana Editrice, 2014.
Siamo tutte ragazze madri, Saveria Chemotti, L'Iguana Editrice, 2018.
Al Faro, Virginia Woolf (To The Lighthouse, 1927), traduz. di Nadia Fusini, Feltrinelli, 1992.



mercoledì 30 maggio 2018

Dacia Maraini, la vita, la scrittura

A scrivere di lei non basta un testo, come posso coniugare l'informazione essenziale sui suoi libri e l'emozione che sempre mi provoca leggerla?
Ci provo e, se vi stancate, lasciate pure il post al suo destino.
Dacia Maraini ha una produzione sterminata di opere, solo quelli teatrali sono più di sessanta titoli, perché ha amato molto il teatro, ha persino co-fondato due compagnie, Il Porcospino e La Maddalena. Per amore del teatro scrisse, spazzò il palcoscenico, rammendò i costumi, suggerì, ma non recitò mai. Una scelta, lei sostiene, dovuta alla sua inguaribile timidezza. 
Tanti e vari i temi che ha affrontato nei suoi libri, i due  romanzi giovanili hanno come soggetto degli adolescenti. Il primo, La vacanza,  fu rifiutato da tutte le case editrici, tranne l'editore Lerici, di Roma che però le suggerì qualcosa del genere: "Bambina mia, se vuoi avere qualche chance, devi procurarti la prefazione di un autore affermato". Lei aveva già conosciuto Alberto Moravia, fratello di una sua insegnante di disegno al Collegio Il Poggio di Firenze, superando la timidezza gli propose in lettura il manoscritto e Moravia le regalò una prefazione in forma di lettera. La sua carriera di scrittrice decollò e cominciò anche la sua relazione con lo scrittore.
L'ultimo libro pubblicato, Tre donne, presenta nonna, figlia e  nipote che vivono insieme, non senza ristrettezze economiche e frustrazioni varie. A rompere il loro fragile equilibrio è un uomo, il convivente della figlia-madre, lo scompiglio che ne deriva genera una lacerazione forte, illuminata infine da una speranza, ma rimane il dubbio che sia proprio tale. Scritto con registri diversi, dal gergo giovanilistico della figlia, a quello scanzonato e scurrile della nonna, e al linguaggio letterario della madre-figlia, amante del viaggio, traduttrice di professione, tesa a vedere il lato romantico dell'esistenza. Fotografia di una famiglia dei nostri giorni che consegna una riflessione singolare  sulla maternità, richiamando il sapore antico del maternage condiviso, lontano dalla chiusura del nucleo familiare ripiegato su se stesso.
Dacia si è occupata di temi difficili nei suoi libri e non si definisce femminista ma "dalla parte delle donne", benché si conosca la sua partecipazione al Movimento, negli anni Settanta. Ne parla diffusamente nel libro intervista La mia vita Le mie battaglie, in cui troviamo anche riflessioni sulla scrittura:
"Non credo che ci sia uno stile diverso (femminile)[...]. Per me, appunto, la ricerca di una scrittura femminile è la ricerca di un punto di vista, che significa visione del mondo. Non significa solo guardare da una parte o guardare dall'altra. Significa complessiva visione del mondo. Quindi comporta prendere posizione di fronte alla filosofia, alla religione, alla medicina, alla mitologia. Queste prese di posizione diventano un'assunzione di un punto di vista, un'assunzione dtorica. E questa assunzione del punto di vista, secondo me, è l'unica distinzione che può esistere tra un uomo che scrive e una donna che scrive. Perché? Perché un uomo e una donna nella storia hanno avuto esperienze diverse" (pag. 17).
La vita di Dacia, nata nel 1936 a Fiesole, vissuta in Giappone fino al 1947, poi a Bagheria, poi a Roma, viaggiando a lungo nel mondo, è raccontata in frammenti e ricordi in molti suoi testi, alcuni marcatamente biografici come Bagheria, che ripercorre il periodo vissuto ai margini del maestoso palazzo Valguarnera, in un pollaio riadattato ad alloggio per loro, i parenti poveri, arrivati dal campo di concentramento giapponese, a guerra finita. Dacia stabilisce una distanza fra il  ramo nobile materno della famiglia, gli Alliata di Salaparuta, impoverito e connivente con la mafia,  come altre famiglie siciliane. Riesce a scriverne solo dopo molti anni e dopo aver raggiunto la notorietà con i suoi romanzi. Proprio visitando il palazzo, sotto la guida sprezzante di una vecchia zia, scorge il ritratto settecentesco di una donna dallo sguardo triste, con un foglio e una matita in mano. Accanto, un altro ritratto di un uomo tutto vestito di rosso, detto "U Gambero", il suo Signor Marito Zio, che la sposò a soli tredici anni, dopo averla stuprata a sette. Qui nasce l'ispirazione, poi nutrita da una approfondita ricerca storica, del  romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa, che  le valse il Premio Campiello nel 1990, e numerosi altri riconoscimenti.
La nave per Kobe racconta invece, attraverso i diari giapponesi della madre, il viaggio avventuroso per nave verso il Giappone, compiuto dalla giovane coppia Maraini, quando Dacia aveva poco più di un anno. Fosco Maraini aveva vinto una borsa di studio, così strappò la tessera fascista che il padre, lo scultore Antonio Maraini,  gli proponeva per ottenere un posto di lavoro e partì con la famiglia. Il diario si interrompe al 1941 e non parla della prigionia, le fotografie in bianco e nero restituiscono l'astmosfera avventurosa di quegli anni, la giovinezza dei genitori e la scuola di Dacia, dove imparò il giapponese. In quel periodo nacquero le sue due sorelle, Youki e Tony.
Della sorella Youki, e delle altre persone a cui Dacia ha voluto bene e da cui ha dovuto prendere commiato, ne parla ne La grande festa, sospeso tra passato e presente, il filo della memoria strettamente allacciato alla realtà degli affetti, per elaborare il lutto in forma letteraria. Qui Dacia parla anche di Moravia, del loro lungo sodalizio affettivo e artistico, della sorpresa e del senso di vuoto che ha lasciato la sua scomparsa e di Pasolini, carissimo amico, con cui compì molti viaggi.
"Mi capita spesso di sognare mia sorella che se ne è andata più di dieci anni fa. [...]Nel sogno mi parla, ma le sue parole non mi raggiungono che smozzicate. Non mi sembra triste, ma quieta, pronta a uno dei suoi scoppi di allegria.[...]Mi chiedo, svegliandomi di soprassalto, quale sia questo luogo da cui sembrano guardarci i morti;questo luogo in cui i nostri cari scomparsi appaioni più vivi di noi; questo luogo in cui le epoche della vita si confondono con tanta facilità e struggimento. [...]Certo i morti hanno qualcosa da dire ai vivi, si tratta di intenderli. Non è sempre facile, perché il loro linguaggio è come il posto in cui abitano: isole sospese sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati."
Dacia dalla parte delle donne, sempre, e nel romanzo-inchiesta Isolina*, che ricorda il miglior Sciascia, emerge nitida la figura di Isolina Canuti, una ragazza simpatica e piena di vita che si scontra mortalmente, è il caso di dirlo,  contro i pregiudizi del suo tempo, quel 1900 in cui i benpensanti si arrogavano il privilegio di dipingere a tinte fosche qualunque donna che non si uniformasse al maschilismo imperante. Storia vera ambientata a Verona, su cui non è mai stata fatta piena luce, emblematica e indimenticabile.
Anche  Buio, raccolta di racconti intensamente narrativi sull'infanzia rubata e abusata, si pone come un libro da leggere assolutamente. Un tema  affrontato con la consueta semplicità, chiamando le cose per nome, non nascondendo mai il lato brutto, oscuro della realtà, ma sempre con una dolcezza espressiva che è la cifra di questa autrice. Questo romanzo vinse il Premio Strega nel 1999, ma pare scritto ieri, a conferma del fatto che il problema rimane drammaticamente attuale.
Dicevo che Dacia ha disseminato aneddoti personali in molti suoi testi, ne La seduzione dell'altrove, racconta alcuni suoi viaggi.
"Caro Giappone, con i tuoi odori di peschi in fiore, di dolci di soia, di pesce fritto e di saké caldo che mi sono stampati nella mempria olfattiva. Mi sei stato madre e padre, e hai lasciato tracce incancellabili sul mio destino. Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso, in una mattina nitida, nel campo di concentramento per antifascisti. Erano così lucide e splendenti quelle bombe contro il tuo cielo. Eppure venivano a portare bombe e distruzione" (pag.164).
Si chiede il perché dell'accanirsi tanto sul significato del viaggio, dopotutto si viaggia solo per il piacere di viaggiare e basta. Afferma che il viaggio sia un male di famiglia, a partire dalla nonna paterna, anglo-polacca e suo padre, diventato poi orientalista ed etnologo famoso, da sua madre, che non ha esitato a seguire il suo giovane e spiantato innamorato fiorentino, rifiutando il principe che la famiglia le aveva destinato.  Quindi "il viaggio nel sangue, come parte di un DNA segnato dall'inquietudine motoria e dalla curiosità geografica" (pag. 14). E poi anche il viaggio come narrazione a se stessi e agli altri.
Nel romanzo epistolare, Dolce per sé, troviamo lettere di una donna adulta a una ragazzina che raccontano un amore, le sue ragioni, le sue gioie, la sua fine. Con un ritmo musicale e la dolcezza del titolo che si ritrova un po' in tutte le pagine e nella descrizione del saluto alla sorella morta. Questa scrittrice racconta e si racconta ma mette altresì in guardia chi legge perché nel romanzo, afferma, c'è sempre invenzione. 
Protagonista de Il treno dell'ultima notte è la giornalista Amara a cui è assegnato un réportage sulle condizioni di vita nei Paesi europei dell'Est, dopo la fine del secondo conflitto che ne ha ridisegnato i confini. All'incarico ufficiale, Amara affianca e privilegia la sua personale ricerca di un amico d'infanzia di cui ha perso le tracce perché caduto nel gorgo dell'Olocausto. La vicenda si incrocia con i fatti d'Ungheria ma Amara, assorbita dal suo interesse primario, si lascia sfuggire lo scoop giornalistico e viene licenziata. L'autrice riflette qui su come la guerra cambi gli individui e niente risulti più lo stesso dopo un'esperienza di dolore.
Nel libro Amata scrittura Dacia si rivolge a scrittrici, scrittori e personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura interrogandoli sugli aspetti della scrittura, della lettura, delle ragioni e della passione di scrivere, del ritmo, dello stile. Lei sostiene di scrivere per dare "una testimonianza delicata, un gesto di affetto nei riguardi di una memoria che se ne va e muore anzitempo" (pag. 5) e anche perché "noi siamo chiusi dentro una vita limitata, prevedibile [...] i romanzi danno la possibilità di attraversare altre esistenze, altri panorami, calzando altre scarpe, annusando altri odori, in un tempo che non ci appartiene". Per lei la scrittura è artificio, richiede abilità, applicazione, conoscenze e rimane sempre un "difficile e dolcissimo enigma".
Mi piace anche ricordare la sua posizione equilibrata nei confronti degli uomini, come è stato per altre scrittrici che amo, Virginia Woolf, Doris Lessing, per esempio.
"La dolcezza, non c'è dubbio, è il carattere che più m'incanta in un uomo. Qualcuno pensa che la dolcezza sia una qualità tipica delle donne e quindi non augurabile per un uomo. Nella testa di costoro la dolcezza è sinonimo di debolezza, quindi desiderare un uomo dolce significherebbe volerlo debole, fiacco, passivo. Ma sono idiozie. Perché la forza si accompagna sempre a una forma di serenità e dolcezza. Solo gli uomini fragili, impauriti, sono aggressivi, violenti, prepotenti e assertivi. Un uomo non nevrotico né infelice sarà aperto agli altri, disponibile, gentile, e se vorrà affermarsi lo farà attraverso la conquista del prestigio e non attraverso l'imposizione e la brutalità" (Dolce per sé, pagg. 181-182).
La vacanza, Lerici, 1962 (sono reperibili edizioni successive di Bompiani ed Einaudi).
Tre donne, Rizzoli, 2017.
La mia vita, le mie battaglie, con Joseph Farrell, Della Porta Editori, 2015.
Bagheria, Rizzoli, 1993.
La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 1990.
La nave per Kobe, Rizzoli, 2001.
La grande festa, Rizzoli, 2011.
Isolina. La donna tagliata a pezzi, Rizzoli, 1992.
Buio, Rizzoli, 1999.
La seduzione dell'altrove, Rizzoli, 2010.
Dolce per sé, Rizzoli, 1997.
Il treno dell'ultima notte, Rizzoli, 2008.
Amata scrittura. Laboratorio di analisi, letture, proposte, conversazioni, a cura di Viviana Rosi e Maria Pia Simonetti, Rizzoli, 2000.


pubblicato su






lunedì 14 ottobre 2013

Isolina

Verona, 1900. Isolina era una ragazza  di diciannove anni che viveva con i  fratelli e il padre, la madre era morta dieci anni prima. Non era ricca, né particolarmente bella, ma era serena, estroversa, le piaceva molto andare a ballare con le amiche. Si innamorò del tenente Carlo Trivulzio, che affittava una camera presso la sua famiglia, e rimase incinta.  Da lui costretta ad abortire in modo brutale, per mano di ufficiali suoi amici, su un tavolo d'osteria, con una forchetta, tra gli urli soffocati in un tovagliolo, morì. Il suo corpo venne rinvenuto a pezzi, giorni dopo, nelle acque dell'Adige. Tutti gli indizi portavano a Trivulzio ma né lui, né gli altri responsabili non furono puniti. Le tracce giudiziarie del processo vennero occultate, l'opinione pubblica messa a tacere.

Contrariamente al solito, racconto la trama di Isolina, di Dacia Maraini, perché il nome di questa ragazza è stato raccolto da

 ISOLINA e...
 Associazione Per La Prevenzione del Femminicidio



e la stessa scrittrice ha ricostruito la sinossi del romanzo nel corso della presentazione dell'iniziativa, a Verona, il 13 ottobre, presso l'Accademia dell'Agricoltura, delle Scienze e delle Lettere.
Nata nel giugno scorso, Isolina e... si propone di "affrontare  con efficacia la gravissima emergenza umana, sociale, culturale e politica dovuta al devastante fenomeno dei femminicidi".
Non vuole sostituirsi alle iniziative di tutela e sostegno alle donne, già presenti sul territorio, ha ricordato Chiara Stella, socia fondatrice, ma concorrere alla formazione dei cittadini e delle cittadine nell'ottica del rispetto reciproco. Marisa Mazzi, presidente dell'associazione, ha comunicato che essa si rivolge tanto agli uomini quanto alle donne, per provuovere un cambiamento culturale verso una maggiore sensibilità al problema della violenza sulle donne e intende costituirsi parte civile nei processi penali contro i responsabili di femminicidi, per dare maggiore visibilità al problema, sovente riferito come  incidentale o dovuto ad improvvisa pazzia.
Con parole prive di enfasi, Dacia Maraini ha sottolineato come l'affermazione della scelta della donna, in contrasto con la volontà dell'uomo, scateni in lui la perdita di identità . Se la virilità dell'uomo continua ad essere impregnata di potere sulla donna, quando viene meno il possesso, ne consegue una perdità di senso. 
Si può facilmente convenire con la scrittrice come la società abbia smarrito la sacralità della persona e si debba ripartire dalla scuola primaria con un'educazione ai sentimenti che porti a vivere l'amore senza identificarlo con la proprietà della persona amata.
Isolina, la giovane del romanzo, aveva solo espresso  il desiderio di tenere e crescere la creatura che le stava crescendo in grembo ma, per il tenente Trivulzio sarebbe stato uno scandalo che poteva ripercuotersi sul suo onore, sul buon nome della sua famiglia e persino sul prestigio dell'Arma degli Alpini. Isolina Canuti, invece,  non apparteneva ad un casato importante, nessuno avrebbe rivendicato con forza i suoi diritti, così  l'amante poté facilmente imporle la sua scelta e, provocando la morte della ragazza, liberarsi del corpo, negandone persino la riconoscibilità.  Nel processo che seguì, anche la memoria della giovane venne manipolata e Isolina fu dipinta come una ragazza dai facili costumi, come se la sua vita avesse contato meno di nulla.
Solo il padre chiedeva inutilmente giustizia.

Isolina e... è presente su facebook
Il logo dell'Associazione è stato disegnato da Gek Tessaro.

Isolina. La donna tagliata a pezzi,  Dacia Maraini, Mondadori, 1985.
In assenza di fonti giudiziarie, la scrittrice ha dichiarato di aver costruito il romanzo sugli articoli dei giornali dell'epoca, molto precisi sull'argomento e corredati da disegni che rendevano fedelmente il contesto della vicenda. Usando una lingua che restituisce tutto l'orrore della storia, è riuscita nell'impresa di  spezzare la coltre di silenzio e omertà seguita alla morte di Isolina, senza commenti. Parlano i fatti.

Di femminicidio si è parlato anche  nel post  8 marzo.