Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

sabato 1 dicembre 2018

I racconti di Sfinge


I racconti di Sfinge stupiscono subito per la freschezza della lingua e l'attualità dei temi.  In prima o terza persona, narrano di  donne  borghesi colte in vari momenti della loro vita con tocchi precisi eppure delicati e rappresentano  una critica alle convenzioni del tempo, come sottolinea Luciana Tufani  nella Prefazione.  Eugenia Codronchi Argeli (1865 - 1934), dietro lo pseudonimo Sfinge, pubblicava e veniva diffusamente letta in un periodo in cui molte donne avevano cominciato a farsi conoscere sulla carta stampata, eppure i loro nomi sono caduti nell'oblio, sorte che  capitò anche a lei. Coraggiosa nella scrittura, femminista  e spregiudicata , ha lasciato numerosi romanzi, racconti, articoli e saggi che hanno costituito, alla sua morte, il fondo Codronchi, che comprende anche il lascito di Bianca Belinzaghi, la compagna della sua vita.
Il volume comprende otto racconti provenienti da due diverse raccolte, mi concedo qui di parlare degli aspetti  che più mi sono piaciuti. In letteratura, non è contemplata la sola categoria del gradimento per la valutazione di un testo, ne sono consapevole,  occorre basarsi su altre caratteristiche, ma tutti questi racconti   sono ugualmente segnalabili per la fluidità e ricchezza della lingua, hanno un impianto narrativo con un respiro nel tempo e una notevole varietà di personaggi, tutti descritti con una penna intinta nell'ironia.
Ne Un dolore inconfessabile l'incipit è potente: «Regina Polo, come la maggior parte delle donne, non aveva nella sua vita mai pensato: aveva solo sentito. Sentito l'affetto per la sua austera famiglia paterna, il rispetto per tutte le leggi e per tutte le tradizioni, la vanità innocua per la sua giovanile bellezza».  Questa donna che aveva solo "sentito" viene (naturalmente) condotta per mano e gestita da un uomo, suo marito, per un certo numero di anni finché lui non desidera spingersi oltre, associandosi a un'impresa di scoperta geografica che sortirà nella sua presunta morte. Prevedibilmente vengono meno, per la donna, tutti i suoi punti di riferimento, fino a quando non comincia ad assaporare la libertà di muoversi autonomamente seguendo le sue proprie motivazioni e decisioni. E qui il tocco di genio di Sfinge, la situazione si capovolge per la ricomparsa del marito, da cui il dolore inconfessabile di lei, fatto soprattutto di  sgomento e senso di colpa per l'incapacità di felicitarsi del suo ritorno: «[...] accolse il suo glorioso marito, ricominciò accanto a lui l'antica vita, avendo nell'anima la zanna di un dolore che si vergognava di sé [...] e che era creduto da tutti un eccesso di gioia».
Il perdono si segnala soprattutto per l'opprimente influenza dei parenti e conoscenti tutti sulla donna che "deve perdonare" il tradimento del marito. Non c'è spazio per una scelta diversa e il marito se lo aspetta come fatto dovuto, senza neppure capire la profondità del rifiuto di lei, ben oltre il rispetto delle convenzioni: «Io vi perdono, sì, Guidobaldo: Posso finalmente perdonarvi perché...non vi amo più».
La sposa del grand'uomo è l'unico racconto apparentemente  scritto con un punto di vista maschile e si qualifica subito come una critica alla pratica del giornalismo che si piega alle leggi del mercato, sovvertendo il criterio di verità per incontrare il piacere del pubblico.  Il giornalista in questione è specializzato in interviste e, appunto, intervista "la sposa di un grand'uomo", dove" grande" significa d'attualità, di moda, di cui si parla (concetto di grandezza che riscontriamo quotidianamente anche ai giorni nostri sui social), e che ha deciso di sposare la donna che frequenta da tempo. Ma il giornalista si imbatte in  una ragazza molto diversa dalle liriche in cui è stata immortalata, «una intelligenza meschina, una scarsità assoluta di sentimento, una quadratura matematica nelle piccole e immutabili idee di donnaccola volgare e presuntuosa». E allora l'articolo che ne scaturisce è «una spudorata menzogna» perché «la verità si dice solo quando nessuno ci ascolta».
Un innamoramento inappropriato, ne La nemica inerme, tra una giovane e un uomo sposato, anche se scoraggiato con tutti gli argomenti del buonsenso e mantenuto su un piano puramente platonico, sortisce l'effetto di farsi notare dalla moglie. La storia si conclude in modo imprevedibile, dopo un'analisi delle parti in gioco sotto l'ottica della sorellanza.
Da sempre l'uomo si paga i suoi piaceri carnali e l'opinione corrente non se ne scandalizza, ma guai se a farlo è una donna e guai a scriverne in quel giro di secolo tra Ottocento e Novecento. Deve essere sembrata scandalosa la nostra Sfinge nel tratteggiare un personaggio di donna ricca, molto ricca, che non lesina i suoi denari nel  mantenere un giovane per il suo proprio piacere, come Floriana de Predis in Fugge l'ora.
Tutto il rovello di due madri nei confronti di una figlia  e di un figlio, che tradiscono le loro aspettative, in Parole non pronunciate mai, e Io e mio figlio. Ci sono   l'incapacità di gestire con sincerità e trasparenza i conflitti inevitabili, e la difficoltà di vivere il distacco da sé, come naturale evoluzione di un rapporto filiale, eppure un sussulto di orgoglio materno sembra, infine, smentire almeno una delle due.
Quanto all'ultimo racconto,  Pie donne, non aspettiamoci un ritratto tipo Excellent women  di Barbara Pym, non c'è una Mildred con una vita piena che desidera magari  il matrimonio ma sa vivere anche senza. Nel racconto di Sfinge solo donne ricche, maritate o zitelle con tutti i vizi capitali riuniti in loro: avarizia, superbia, invidia, accidia, ira, gola, tranne uno, la lussuria, a cui non hanno mai ceduto. E dall'alto della loro posizione privilegiata, queste matrone sferzano tutti i comportamenti che ne contemplano anche solo un'oncia, sicure, tronfie, orgogliose «fanno la pioggia e il sereno nell'ambiente morale della importante città di provincia» dando a destra e a manca «brevetti di onestà alle più giovani» che giudicano,  assolvono o condannano». Un'ironia costante,  simile al sarcasmo,  cesella i caratteri di queste cosiddette pie donne, e le mette alla berlina con un approccio molto contemporaneo, fino a  farci scordare che  stiamo   leggendo un'autrice del secolo scorso.







mercoledì 28 novembre 2018

Una vita da libraio





Come può essere una vita da libraio? A chiederselo non sono certo le persone poco interessate ai libri, ma a chi li cerca, li legge, li conserva e-o li accumula, potrebbe incuriosire il volume Una vita da libraio. Rendiconto, talvolta un po' monotono, di un anno di lavoro e di vita nella libreria di un paesino scozzese, salvato però da un'ironia che tracima volentieri nel sarcasmo, soprattutto nelle descrizioni di clienti e collaboratori dell'autore, un giovane che incappa per caso nel mestiere, acquistando l'esercizio da un libraio che va in pensione.
Senza sapere molto di libri, ma avendone letti un discreto numero,  Shaun comincia la sua avventura, cercando e rivendendo libri usati, in un ambiente pieno di spifferi, visitato e marcato da gatti non invitati, con l'incubo degli scatoloni da caricare, scaricare, e il loro contenuto da censire, prezzare e collocare sugli scaffali. La sua collaboratrice stabile, tale Nicky, definirla eccentrica è ancora poco,  basti dire che ogni venerdì fruga nel bidone di un locale prelevando cibi discutibilmente ancora commestibili che offre in dono al suo principale. E poi se ne infischia allegramente delle più elementari forme di gentilezza, ignora i compiti che le sono affidati o li svolge solo in parte, secondo l'umore del momento, tuttavia il nostro libraio ritiene di non poter fare a meno di lei, per ritagliarsi il tempo e la libertà di andare a pescare.
Si respira, monotonia a parte, di cui ho già detto, un'aria d'antan, per i ritmi lenti dettati dalle stagioni e dalle abitudini di una piccola comunità, in cui non passano inosservati gli arrivi, le partenze e i decessi. E tutto passando l'idea che attorno, oltre il paese,  Wigtown, ci sia una natura selvaggia e incontaminata, infatti pare quasi di sentire il profumo d'erbaggio, l'aria pungente di neve, il torrente dove l'autore e proprietario della libreria, va a pescare i salmoni, e la pioggia noiosa che  picchia sulla vetrina, danneggiando il tetto e costringendo a intraprendere costosi lavori di manutenzione. Il paese esiste davvero, sulla costa sud occidentale della Scozia,  affacciato all'Irlanda, poco meno di un migliaio di abitanti e sede del Wigtown Book Festival, di cui si parla a lungo anche nel libro.
A punteggiare l'inizio di ogni mese una citazione di George Orwell del suo Ricordi di libreria
Nel periodo in cui lavorai in un negozio di libri usati - un luogo che, finché non ci si lavora, è facile immaginare come una specie di paradiso dove affascinato gentiluomini d'età scartabellano eternamente tra in-folio rilegati in pelle di vitello -  mi colpì soprattutto la rarità delle persone davvero interessate ai libri.
 e le citazioni suonano talvolta amare, persino ciniche e snob,  lasciando spazio al sorriso a seconda della disposizione di chi legge. Eppure raccomandabili all'attenzione e utili per riflettere su cos'era e cos'è diventato il mercato librario, chi sono oggi i lettori e chi erano un tempo e, soprattutto, cosa vogliono trovare in una libreria. Ė proprio questo il leit motif di tutto il libro e, se fosse un banchetto, il convitato di pietra sarebbe certamente Amazon che, di questo ambito,  ha stravolto tutto, non solo i prezzi, ma persino gli atteggiamenti delle persone nei confronti del valore dei libri.
Concludendo, una lettura piacevole e a tratti  divertente, densa di citazioni, riferimenti letterari e informazioni sui libri dai temi più vari, molti neppure reperibili in italiano, anche se i titoli sono stati tradotti per l'occasione. Una chicca per chi ama i libri e, si sa, anche quella dei libri è una mania come un'altra*.

Una vita da libraio, Shaun Bythell, Einaudi, 2017.
Ricordi di libreria, George Orwell, in Letteratura palestra di libertà. Saggi su libri, librerie, scrittori e sigarette, a cura di G. Bulla, Mondadori, 2013.

https://www.youtube.com/watch?v=jGFljyfORi8
https://www.youtube.com/watch?v=nq882Nc3ipY
* con il titolo Anche quella dei libri è una mania potete leggere, su questo stesso blog,  il post del 22/01/2013.











venerdì 9 novembre 2018

Stoner


Ci sono libri che passano inosservati per anni, non interessano ai loro  editori, non vengono promossi, diffusi, cadono nel dimenticatoio. Ė la vicenda di Stoner, scritto nel 1965, sebbene salutato come romanzo interessante, ebbe poco successo e cadde presto nell'oblio. L'autore, John Williams, era a suo modo abituato a questo tipo di delusioni, un destino simile era occorso ai suoi precedenti romanzi e Stoner era stato rifiutato da ben nove editori prima che la casa editrice Vicking lo accettasse. L'autore si rifugiava nell'alcol, continuava a insegnare e si esprimeva con sincerità solo tra i pochi amici. Accademico, come il protagonista di Stoner, ebbe il merito di avviare uno dei primi corsi universitari di scrittura creativa, apprezzato anche come autore del romanzo che getta una luce completamente diversa sul mito della frontiera, Butcher's Crossing, aprendo la strada interpretativa poi percorsa da Corman McCarthy in letteratura e Robert Altman nel cinema. Williams nacque nel 1922, in Texas, andò volontario in guerra e ne portò le conseguenze psicologiche per tutta la vita, secondo l'ultima moglie.  Si spense nel 1994, in Colorado, per complicazioni polmonari, dopo aver vinto il National Book Award per il romanzo Augustus, nel 1973.
Con una giravolta della fortuna, il romanzo si piazzò in pole position dopo la prima ristampa americana del 2003, da lì cominciò un passaparola che lo rese un romanzo amato e letto e tradotto. Da noi arriva solo nel 2012, salutato però da consensi eccellenti. La ragione è spiegata bene nella postfazione di Peter Cameron:

In quelle prime righe trapela l'intera vita di Stoner, una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato; mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita; per quasi quarant'anni è infelicemente sposato alla stessa donna; ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo;[...] Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante.

Si parla infine di "miracolo letterario", di "segreto", di "una scrittura senza ego", del "più grande romanzo americano di cui non abbiamo mai sentito parlare" . Nel leggerlo ci si interroga sul perché attragga tanto un personaggio che, a parte le primissime pagine, viene sempre indicato con il cognome, che suona simile a stone, pietra, non è mai coinvolto in alcuna avventura, anzi tormentato da un collega per tutta la sua carriera lavorativa. Tuttavia le pagine rivelano che William Stoner è un uomo  assai distante dalla durezza granitica minerale, è un impasto di delicatezza e dedizione, a senso unico però, perché sembra che la vita  non gli restituisca nulla. Sarà difficile dimenticarlo, Stoner è uno di quei personaggi che entrano sotto pelle, si insinuano nei pensieri di chi legge,  interrogano sul senso delle cose, della vita. Forse Stoner, da fallito quale sembra, conclude la sua vita da vincente perché riesce a essere semplicemente se stesso, senza emulare nessuno e, al contrario degli eroi, rappresenta l'umanità imperfetta che affronta la realtà come si presenta, trovando la sua forza nella letteratura.
Facile, troppo facile il parallelo con l'autore che scelse per sé l'epigrafe:
"Un eroe è colui che vuole essere se stesso"
ma non ci serve stabilire quanto autobiografico sia il suo romanzo, non toglie o aggiunge nulla al regalo di leggerlo.

Stoner, John Williams (traduz. di Stefano Tummolini, postfaz. di Peter Cameron, traduz. di Giuseppina Oneto), Fazi Editore, 2012.





martedì 25 settembre 2018

Le assaggiatrici, premio Campiello 2018


Cibo, fame, guerra, morte, è il quadrilatero del romanzo di Rosella Postorino, uno spazio percorso ogni giorno, tre volte al giorno,  per la  mania di persecuzione di Hitler, da dieci donne costrette a farsi assaggiatrici dei suoi pasti vegetariani. Donne che apparentemente sfuggono alla fame, connaturata alla guerra, eppure sempre a un passo dalla morte per l'obbligo di mangiare sempre, con o senza appetito, senza poter scegliere, senza poter sottrarsi alla coercizione. Nella finzione del romanzo lo racconta Rosa Sauer, nei panni di Margot Wölk, l'unica assaggiatrice sopravvissuta di quel gruppo.
Quindi una storia vera, Le assaggiatrici, una costruzione accurata che l'autrice ha ideato dopo approfondimenti storici e la visita al luogo dove si trovava "la tana del lupo". A Postorino la motivazione a questa particolare scrittura venne dopo aver letto che Wölk  aveva deciso, dopo un lungo silenzio,  di parlare della sua storia, ma non fu possibile incontrarla perché la donna, ormai novantatreenne,  era da poco morta. Tuttavia la sua storia prese forma nel romanzo, fresco di Premio Campiello 2018, che ci consegna tutto il dilemma di quelle donne e la loro paura quotidiana, fino al tragico epilogo. Come Rosa, anche Wölk aveva raggiunto i suoceri lasciando Berlino, dove svolgeva il  lavoro di segretaria, mentre il marito era in guerra. Le altre donne erano invece del posto e, ogni giorno, con qualunque tempo e con qualunque disposizione fisica, erano portate in un luogo chiamato "mensa", dovevano mangiare, e poi aspettare un tempo ragionevolmente lungo, nel caso il veleno avesse fatto effetto. Erano donne portatrici di storie diverse, con caratteri diversi e approcci alla situazione e reazioni diverse. Un microcosmo che l'autrice ricrea sapientemente con le priorità delle loro vite funestate dalla mansione che svolgevano. Le loro storie si intrecciano, rivelando anche slanci di solidarietà e picchi di egoismo e indifferenza.
Intervistata sulla veridicità del racconto, Rosella Postorino ha sottolineato la libertà del narrare, ma a chi legge basta tutta la realtà del contesto storico a giustificare il disagio crescente e l'orrore che si accompagna, anche in questo caso, al nazismo e alle sue follie.
Speculare sulla fame degli altri per salvarsi la pelle, uno dei tanti oscuri drammi perpetrati da Hitler.

Le assaggiatrici, Rosella Postorino, Feltrinelli, 2018.

lunedì 10 settembre 2018

Il club del libro e della torta di bucce di patate di Guernsey



Avverto la mancanza, in questo momento, del senso di comunità. Sentirsi parte di un gruppo legato da qualcosa di più profondo del generico  saluto accompagnato, ma non sempre, da un accenno di sorriso. È persino scomparsa la nozione di "vicini di casa", ognuno è coinvolto nella propria vita e si disinteressa di quella degli altri, anche se ci sono muri, giardini o piscine in comune. Ci si ricorda dei "vicini" soltanto se invadono la nostra bolla di proprietà, allora è lecito imbrattare di  scritte intimidatorie con la vernice rossa, accendere barbeque sulla strada, cercare colpevoli invece e prima di cause e così via, sempre più soli, ma circondati da molti oggetti, impregnati di tecnologia, immersi nella religione del nostro corpo, curato come un tempio.
Tutto questo mi è rimbalzato pesantemente addosso dopo la visione del film Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey (regia di Mike Newell, 2018, distribuito in Italia da Netflix). Il film è un prodotto gradevole ma l'omonimo  libro da cui è tratto è molto più ironico e strappa qualche  risata anche se l'argomento non si può dire allegro. Senza fare spoiler, la trama è presto detta e non mi soffermo sulla fedeltà al testo perché non si può richiederla, a mio parere, a nessuna trasposizione cinematografica. Ambientato nell'isola di Guernsey durante la seconda guerra mondiale e subito dopo, sotto l'occupazione tedesca che aveva imposto alla popolazione la confisca degli apparecchi radio e il totale isolamento: nessun giornale, rivista o altro poteva raggiungere gli abitanti. A questa pesante limitazione si aggiunse la riduzione delle risorse derivanti da agricoltura e allevamento perché i soldati tedeschi se ne servivano anche per la loro sopravvivenza. Anni di fame e miseria, eppure il senso di comunità fece la differenza. La protagonista del libro e del film è una giornalista che riceve una lettera da uno sconosciuto, a guerra finita. Questo signore aveva trovato il suo indirizzo segnato su un testo letto nel circolo di lettura formatosi durante l'occupazione,  che aveva avvicinato un gruppo di persone intrecciandone i destini,  appassionandoli per sempre alla lettura e consentendo loro di andare oltre lo squallore della  guerra.
"Ci aggrappammo ai libri e ai nostri amici: ci ricordavano che esisteva anche qualcos'altro".
Un libro e un film sulla guerra, ma sugli aspetti più trascurati e anche politicamente scorretti, come il sorgere di forme di solidarietà e persino storie di amore e amicizia, tra occupanti e occupati.
Un altro argomento sottolineato, che si trova solo nei romanzi inglesi,  riguarda l'evacuazione in massa di tutti i bambini e le bambine di età compresa tra zero e dodici anni (Piano Anderson), disposizione volta a preservarne la sopravvivenza dal conflitto, ma dai costi umani incalcolabili quanto a impatto emotivo.  Appena fu chiaro che l'occupazione tedesca sarebbe stata imminente, anche l'infanzia di Guernsey fu stipata in un'imbarcazione diretta in Inghilterra e da lì vennero poi smistati, è il caso di dirlo, verso Scozia e altrove, senza che le famiglie ne conoscessero la destinazione o ricevessero informazioni. Impossibile non riflettere sul portato di tristezza e nostalgia inferto a questi bambini e la notizia che, a guerra finita siano tornati "quasi" tutti alle loro case, non reca molto sollievo.
Quanto al titolo, decisamente intrigante, rimanda a un episodio cruciale della storia, ma difficilmente sarà possibile replicare la ricetta della torta in questione: i nostri palati sono troppo assuefatti a burro e zucchero, ingredienti introvabili a Guernsey durante l'occupazione e la famosa torta di patate non ci risulterebbe gradita, per tacere della decorazione di bucce!
Anche la storia del libro è interessante. L'autrice Mary Ann Shaffer, americana, si interessò all'isola perché vi rimase bloccata a causa di una fitta  nebbia che impediva il decollo del suo aereo. Bibliotecaria ed editor di professione, amava la lettura e i libri e  ritornò a casa con una bracciata di volumi sulla guerra e  concepì questo romanzo senza, purtroppo,  poterne vedere la diffusione e la fortuna perché la malattia la strappò alla vita poco prima della pubblicazione, curata dalla nipote Annie Barrows, autrice di libri per l'infanzia.
Mi permetto il suggerimento di non lasciarsi scappare questo libro e questo film.  Il romanzo, scritto in forma epistolare,  come non siamo (più) avvezzi a leggerne, propone un dialogo continuo tra le persone, che possono incontrarsi e farsi del bene anche nelle situazioni più estreme di indigenza e solitudine. E contiene molti altri libri  facendo scorgere insperati itinerari di lettura perché
"Forse i libri hanno un istinto segreto per cercare la strada di casa, che li porta al lettore ideale".

Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey, Mary Ann Shaffer & Annie Barrows (The Guernsey Literary and Potato Peel Pie Society, traduz. di Giovanna Scocchera ed Eleonora Rinaldi, revisione di Bruna Mora), Astoria, 2017. Il libro è già comparso in lingua italiana per i tipi Sonzogno, con il titolo La società letteraria di Guernsey nel 2012.



UNO


Siamo tutti diversi, ma è proprio la diversità degli altri che rende interessante e utile lo scambio esperienziale. I bambini e le bambine  lo sanno, senza averne piena consapevolezza, perché hanno meno filtri degli adulti, i quali incasellano le persone secondo pregiudizi e stereotipi, paure e convinzioni politiche.
Questo messaggio rimbalza chiaro e semplice da UNO, di Isabella Paglia. Uno è una creatura uscita da un'astronave piombata sulla terra e incagliata su uno spuntone di roccia "appeso al cielo". Lui cerca di inserirsi tra i bambini, imita atteggiamenti e modo di vestirsi, ma non c'è verso, loro lo escludono dai giochi appioppandogli un generico nome fino a fargli dimenticare il suo. 
"Non sei dei nostri. Sei Uno diverso"
Ma una notte, un esserino, arrivato probabilmente da una galassia lontanissima, bussa alla sua porta, con lo stesso bisogno di aiuto e amicizia. E Uno, pur notandone la diversità, lo vede come qualcuno che lo farà sentire meno solo. Così Uno e Qualcuno, sebbene abbiano poco in comune nell'aspetto, diventano amici e  sono d'esempio agli altri bambini, i quali cominciano a desiderare la loro compagnia vedendoli affiatati e solidali nonostante siano tanto diversi.
Questa di UNO non è una storiella moraleggiante, però tocca la corda sensibile e tristemente attuale della diversità, nel cui nome si erigono muri e si avviano campagne, perciò risulta, e risalta, come una sferzata per quegli adulti che cercano recinti per i loro figli, proteggendoli da tutto quello che si discosta da norma e convenzione. Persino le aule scolastiche possono diventare spazi di emarginazione legalizzata, con danni emotivi incalcolabili.
Agile, coloratissimo, con un carattere ad alta leggibilità, Uno presenta un'alternativa simbolica al mainstream,  di sicura presa tra i lettori e le lettrici più piccole.


UNO, Isabella Paglia, illustraz. di Andrea Scoppetta, Giunti, 2018.

Isabella Paglia scrive storie per  bambin* e adolescenti, tradotte in molti paesi, e ha vinto svariati premi letterari.  Redattrice di riviste come Giulio Coniglio, Super G, Il Giornalino. Instancabile sostenitrice dei diritti dell'infanzia, ha collaborato con diverse strutture di assistenza e Ospedali Pediatrici.
Nel suo sito informazioni più dettagliate su biografia e opere
https://www.isabellapaglia.info/

... dimenticavo, anche alla Pippi è piaciuto questo libro e scusate se è poco!

giovedì 30 agosto 2018

Clara Sereni





Clara Sereni non scriverà più, se n'è andata dopo una lunga malattia. È stata una scrittrice importante del Novecento, impegnata politicamente da sempre, anche per i diritti dei disabili, una voce e una penna rispettosa, lontana dal circo mediatico.
Mi sento quasi in colpa perché il suo Via Ripetta 155 non mi aveva entusiasmata, ma solo perché non reggeva, a mio parere, il confronto con gli altri suoi libri precedenti.
A partire da quel Casalinghitudine, che mi ha accompagnata come un taccuino nel comporre la mia storia giovanile tra desiderio e urgenza, volontà di realizzazione e disciplina del dovere. Un libro sui generis, per il tempo in cui fu scritto, racchiude e intreccia tre racconti: la vicenda familiare, l'avventura politica e la quotidianità ritmata dalla preparazione del cibo,  con ricette della memoria e dell'amicizia. 

La scoperta della saga familiare de Il gioco dei regni, subito amato come già Lessico familiare di Natalia Ginzburg e poi quella chicca di Manicomio primavera, con il ricamo dei sentimenti  in donne apparentemente uguali, però diverse e isolate ciascuna nella sua pena.
E,  ancora, Passami il sale, in cui racconta la sua esperienza di vicesindaco di una cittadina nel cuore dell'Italia. Come in altri suoi libri, la politica è strettamente intrecciata con la vita quotidiana, a simbolizzare un impegno che non finisce mai, tra i bilanci del Comune e i pasti quotidiani in  una scommessa di resistenza alla realtà e ai propri ideali.
Invece, di Una storia chiusa, ho scritto in termini riduttivi, forse perché letto nel momento in cui vivevo una "storia" analoga con mia madre. Il dolore e il senso di impotenza rispetto i problemi che pone la vecchiaia non favorirono una lettura serena.  Lo riprendo in mano ora e colgo un impianto interessante, con un coté personale che allora mi lasciò dubbiosa e oggi capisco alla luce della sua malattia e della necessità di cure. Infatti era di quei giorni la notizia che Clara Sereni si ritirava a vivere in un soggiorno per anziani e chiedeva la cortesia di non fare illazioni e commenti. Nel libro si racconta appunto di una magistrata che sceglie di abitare in una struttura dello stesso tipo per sfuggire alla rappresaglia seguita a una sua inchiesta giudiziaria. La vita in quella dimensione la porta vicino all'universo dei vecchi, con le loro malattie, smemoratezze e  fragilità, tema abbastanza trascurato dalla narrativa.
Questa autrice ha scelto di raccontare anche il buio, l'indicibile, ma sempre con grazia, nei racconti di Eppure, vicende che precipitano per caso, necessità o errore e solo talvolta si scorge un barlume di speranza.
Clara Sereni era nata, come mio fratello,  nel 1946, anno fresco di guerra e macerie, che ha avviato una generazione feconda di idee e attivismo.  Per capire appieno quegli anni e gli anni che seguirono, non si può prescindere dalle pagine che ci ha lasciato.

Via Ripetta 155, Giunti, 2015.
Casalinghitudine, Einaudi, 1987.
Il gioco dei regni, Giunti, 1993.
manicomio primavera, Giunti, 1989.
Passami il sale, Rizzoli, 2002.
Una storia chiusa, Rizzoli, 2012.
Eppure, Feltrinelli, 1995.
ho citato anche:
Lessico famigliare, Natalia Ginzburg, Giulio Einaudi Editore, 1963.













sabato 25 agosto 2018

La ragazza con la Leica






Leggere La ragazza con la Leica non è piacevole e può risultare anche arduo. L'autrice, Helena Janeczek ha voluto proporre la storia di Gerda Taro, al secolo Gerda Pohorylles (1911 - 1937), secondo la memoria degli amici, veri o presunti, che, a diverso titolo, le sono stati vicino e l'hanno amata. Tuttavia, il contesto  geografico di provenienza dei personaggi, e quello storico in cui si muovono, ampiamente descritti, nello svolgersi dei destini individuali,  le scelte politiche, di necessità e affettive compiute, compone un affresco del periodo tra le due guerre alquanto involuto. E quello che manca, in questo coro prevalentemente maschile di amici e amanti, mi dispiace sottolinearlo, è proprio la voce di Gerda. Capisco la scelta dell'autrice, però non l'approvo, e romanzando per romanzare, avrei preferito cogliere il piglio di questa giovane donna, anticonformista e tuttavia rimasta a lungo nell'ombra del più celebre Robert Capa, suo compagno per un periodo della vita, al cui nome viene legata. Gerda si innamora di Endre Friedman,  comunista ed ebreo, e nasce quel fortunato sodalizio che li porta alla notorietà come studio Capa-Taro, marchio  inventato da loro due per "americanizzare" lo  studio fotografico e poter accedere a importanti commesse di lavoro. Persino la fine del loro rapporto non impedisce a Capa di utilizzare le foto di Gerda, anche dopo la sua morte, fino a creare notevoli dubbi sulle rispettive attribuzioni.

Che spreco, l'appiattimento sulla figura di uno dei suoi compagni, per una donna giovane, vitale, determinata e bella come Gerda, che arriva a Parigi, lei nativa di Stoccarda, di famiglia  ebrea polacca, con una buona conoscenza del francese, un particolare savoir faire e  l'indipendenza economica. Nel variegato gruppo di esuli che frequenta, infatti:

«È l'unica tra loro arrivata a Parigi con un mestiere in tasca, si era tenuta a galla con la macchina da scrivere. Finché le sue dita ormai lievemente incallite nei polpastrelli (ma forse Gerda esagerava) non avevano abbracciato il corpo compatto di una macchina fotografica» (pag.37).

Il  rapporto con Capa è funestato dall'atteggiamento libertino di lui, e mentre questi segue a Parigi i rapporti con le loro agenzie,  Gerda parte per la Spagna dove realizza il suo importante reportage nella battaglia di Brunete, vicino a Madrid, luglio 1937. Proprio al ritorno dal fronte rimane vittima di un incidente, su cui non è mai stata fatta piena chiarezza. Muore a ventisette anni e il suo corpo è trasportato a Parigi,  compianta da una folla enorme e sepolta al Père Lachaise. 
Francamente mi aspettavo di più da questo libro. Ormai  la vita e le fotografie di Gerda sono oggetto di studio da un po' di tempo, e mi pare riduttivo vederla ricordare soltanto come «quella ragazza» che ama «scherzare e flirtare anche con gli altri» (pag.327), quasi a descriverla fosse uno sguardo maschile.
L'autrice, Helena Janeczek, anche lei di origini ebreo-polacche, scrive in italiano e con questo libro  ha vinto i premi Strega e Bancarella 2018. Il suo lodevole sforzo di documentazione non ha però prodotto, a mio parere, la magia di catturare l'essenza della figura  di Gerda Taro che rimane una fotografia sbiadita, soffocata nel vorticoso succedersi di storie a incastro del romanzo.

La ragazza con la Leica, Helena Janeczek, Guanda, 2017.



venerdì 24 agosto 2018

Sono ancora la Pippi

Care lettrici e lettori, oggi vi presento due libri, siete pronti?


LA CASA SULL'ALBERO DI 13 PIANI
E voi vi chiederete subito: ma è l'albero che ha 13 piani o la casa?
Eh, non posso dirvi tutto, dovrete leggere il libro per scoprirlo.
Intanto vi do qualche anticipazione. Ci sono due ragazzi che vivono in questa strana casa, Terry e Andy. Strana proprio tanto 'sta casa perché c'è di tutto, e non dimenticate che si trova su un albero! C'è una piscina con gli squali, una sala giochi, una pista da bowling, un laboratorio segreto, una quantità incredibile di stanze, in un posto così può succedere di tutto. Un giorno il signor Nasone, il "capo" di Terry e Andy, telefona per richiedere un libro per l'indomani mattina. Ora, Terry disegna la storia, Andy scrive il testo e...
Naturalmente per conoscere il finale, bisogna leggere.
A chi potrebbe piacere questo libro? Mah, direi ai ragazzi e alle ragazze che hanno il pallino per le invenzioni e le trovate divertenti.

Ecco un'altra proposta

Questo libro è davvero appassionante, ci sono due gemelli (terribili!) di nome Lot e Max. Lot vorrebbe fare l'attrice, da grande, e già adesso sa fingere di piangere con lacrime vere. Invece Max ama i giochi di prestigio e conosce un sacco di trucchi. Insieme mettono alla prova la pazienza della mamma e delle sue amiche, aggiungete il fatto che questa mamma è ossessionata da germi, batteri e tutte le parole che finiscono con "otto". Il loro papà lavora in un'azienda che produce lozioni per la crescita dei capelli, con il dottor Provetta, famoso per i suoi esperimenti. 
I due gemelli si impadroniscono di una fialetta che trasforma qualsiasi animale in...cane, ne segue un bel guaio e dite che i gemelli riusciranno a cavarsela?

Buona lettura!

La casa sull'albero, Andy Griffiths, Terry Denton, traduz. di M. Salvi, Salani, 2018.
I gemelli terribili, Jouza Douglas, E. Hees, traduz. di L. Pignatti, Il Castoro, 2016.







venerdì 13 luglio 2018

Buon compleanno, papà

Credo di essere passata direttamente dal libro di prima elementare ai romanzi ma, beninteso, leggevo e basta, senza capire , soltanto perché alla mia famiglia piaceva sentirmi leggere. Erano anni senza TV, per non parlare di computer, tablet e cellulari. Il televisore è comparso quando ero in prima media e c'era un unico telefono, usato con parsimonia. Il tempo scorreva tra lavoro degli adulti, la scuola per noi, il cortile per giocare e imparare a stare al mondo, le visite dei  o ai parenti, le gite in collina, le vacanze al mare o in montagna, solo in estate,  e i libri. Mia madre leggeva i racconti di Katherine Mansfield e Dorothy Parker, che lei chiamava "novelle", e i romanzi di Alba De Céspedes e Fausta Cialente. Mio padre rileggeva i Promessi Sposi e libri d'arte. Io attingevo agli scaffali dei miei fratelli e alle pile di libri ereditati dalle mie cugine. Ero la lettrice ufficiale della famiglia perché i miei fratelli, già grandi,  snobbavano la mansione, mia sorella era troppo piccola e io mi sentivo gratificata nel leggere ad alta voce. A ripensarci, devono aver riso tutti di me, ma erano bravi a non farsi scoprire, e io troppo ingenua e compiaciuta del ruolo. Potrei proseguire con questo "amarcord" ma vorrei arrivare al punto. Spingevo uno sgabello imbottito, che chiamavamo pouf, accanto al lettone dei miei genitori, mi ci sistemavo con un libro, o librone, sulle ginocchia e facevo compagnia a mio padre, nei lunghi periodi in cui era malato e costretto a letto. Girava per casa un'edizione integrale de I Promessi Sposi con le illustrazioni di De Chirico, naturalmente era l'unica considerata da mio padre e io me la vedevo con le gride e i discorsi dell'Azzeccagarbugli, a volte graziata da un "salta pure questa parte", per fortuna, aspettando soltanto il momento in cui mi avrebbe chiesto:"Che cosa vuoi leggermi?". Allora partivo con i miei titoli, tutte storie già raccontate da mia madre, poi leggiucchiate, sulle cui immagini fantasticavo: Piccole donne, L'isola del tesoro, Il prigioniero di Monteforte, La piccola principessa, La piccola Dorrit, Il piccolo lord (tutti "piccoli"!), Il lampionaio... "Ecco, Il Lampionaio!"
fermava il mio elenco, che poteva spaziare a lungo e si disponeva ad ascoltare di buon grado. Questo romanzo era uno dei miei preferiti, e lui lo sapeva, una storia vittoriana di orfanezza e abbandono, che io immaginavo ai giorni nostri, priva com'ero di profondità storica, e poi facevamo mille considerazioni, rispondeva alle mie domande, interveniva mia madre con le sue opinioni e se ne riparlava per giorni. Dai libri scaturivano anche battutacce dei miei fratelli, citazioni più o meno a proposito, i nomi dei personaggi, italianizzati,  venivano attribuiti alle persone conosciute, per affinità fisica o di carattere, insomma le storie entravano nella nostra vita e la nostra vita era intessuta di tutte le storie che leggevamo.
Anni dopo, ormai adulta, rivalutai questi titoli per interessi legati al mio lavoro e scoprii che Natalia Ginzburg aveva letto, per esempio,  Il Lampionaio,  e se l'era ricordato mentre raggiungeva suo figlio a Boston, dove appunto è ambientata la storia. La mia predilezione infantile fu immediatamente nobilitata.
Conservo ancora questo e molti altri libri di quegli anni, hanno le copertine danneggiate e le pagine sfuggenti, ma intatte sono le memorie di quei pomeriggi con mio padre. Non l'ho mai ringraziato per i suoi regali, né posso farlo ora, eppure mi ha donato tanto affetto, mi ha dato un esempio di disciplina, di etica, e mi ha trasmesso l'amore per la lettura.  E anche la passione per l'arte, benché non ne abbia il talento, andato tutto a mia sorella.
Oggi sarebbe stato il suo compleanno, anche se lui preferiva festeggiare l'onomastico, vorrei rivolgergli un augurio, ma  posso solo ancorarmi al ricordo, che sopravvive e, in qualche modo, avvicina.


Libri ricordati
I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni, illustraz. Giorgio De Chirico, Palazzi, 1964.
Il Lampionaio, Mary Susan Cummins (The Lamplighter,1855), trad. Mariangela Caronni, illustraz. Bartoli, Fratelli Fabbri Editori, 1955.
Il prigioniero di Monteforte, Dino Risi e Andrea Cavalli Dell'Ara, Fratelli Fabbri Editori.
Piccole donne, Louisa May Alcott (Little Women, 1868). Non riesco a trovare la mia vecchia edizione, ma ho ripescato:
Piccole donne crescono, illustraz. Buffolente, copertina Corbella, Caroccio, 1953. La traduzione non è segnalata.
E poi questo, che mi fu regalato da mio fratello Franco, con tanto di dedica:
I figli di Jo, trad. De Mattia, illustraz. Buffolente, Caroccio, 1961.
La piccola principessa, Frances Hodgson Burnett (A Little Princess, 1905), introvabile il testo che mi piaceva tanto, piuttosto distante dall'originale perché risentiva della versione cinematografica con Shirley Temple.
La piccola Dorrit, Charles Dickens (Little Dorrit, 1855), trad. Emma Mozzoni, illustraz. Nardini, fratelli Fabbri Editori, 1955.
Il piccolo lord, Frances Hodgson Burnett (Little Lord Fauntleroy, 1886), a cura di Rino Valdaposa, illustraz. A. Abbati e P. Bernardini, Edizioni Giuseppe Malipiero, 1954. Questo "a cura di" la dice lunga sulla distanza dal testo originale, praticamente una riscrittura, come si usava negli anni Cinquanta.
L'isola del tesoro, Robert Louis Stevenson (Trasure Island,1883), trad. Bruno Paltrinini, illustraz. Jacono, Fratelli fabbri Editori, 1955.






mercoledì 4 luglio 2018

Buongiorno, sono la Pippi

Buongiorno, sono io la Pippi, per l'esattezza mi chiamo Pippi Stralibri e capite subito che, con un nome del genere, avevo solo due possibilità: o farmi piacere i libri o detestarli!
Per fortuna mi hanno fatto sempre compagnia e così questo cognome un po' ingombrante,  mi è diventato quasi simpatico. Ho cominciato a "leggere"da piccola, con libri di stoffa e di cartone pesante, solo immagini e non una parola, ma adesso, che ho più di dieci anni e andrò alla scuola media,  leggo anche pacconi di trecento pagine e devono chiamarmi parecchie volte per schiodarmi da una storia!
Lauradeilibri ha subito accettato la mia idea di parlarvi dei miei "preferiti" e ora  partiamo con questo:

I diari di Nikki. Avventure sul ghiaccio

Per ragazzi che vanno alle medie consiglio la serie I diari di Nikki. 
Nikki ha due "migliori" amiche, Cloe e Zoe, che hanno idee di strane avventure, ma combinano tanti pasticci, e realizzano poco. Makeinze è la sua peggior nemica, fa di tutto per complicarle la vita. Questa storia si svolge tra la scuola, con  i compiti e lo studio, la casa, dove Nikki aiuta i suoi genitori nelle faccende domestiche e la pista di pattinaggio.  Ma Nikki non sa ancora pattinare, eppure si è iscritta a una gara per un motivo tutto suo.  La giudice è una famosa pattinatrice che, al minimo errore, potrebbe squalificare i concorrenti, perciò si fa presto a immaginare la preoccupazione di Nikki...
Mi è piaciuto questo romanzo perchè è ricco di colpi di scena e, in un modo o nell' altro,  Nikki riesce sempre a cavarsela, nonostante i dispetti della perfida Makeinze.
Ecco il mio suggerimento: vivi l'avventura con Nikki!

I diari di Nikki. Avventure sul ghiaccio, Rachel Renée Russel, Il Castoro, 2013.




martedì 3 luglio 2018

Novità! Arriva la Pippi, siete pronti ?

Quest'estate Lauradeilibri ospiterà i post di una blogger molto speciale: una giovane, anzi giovanissima,  scrittrice che adora leggere.
Si chiama Pippi Stralibri, vive a Bologna e ha già visitato una discreta porzione di mondo. Questo nome ci fa ricordare un'altra Pippi, quella nata dalla penna di Astrid Lindgren (1907 - 2002), la scrittrice svedese che, nel 1947, ha ribaltato l'ideale della brava bambina composta e ubbidiente proponendo una ragazzina avventurosa e irriverente, che ha nutrito i sogni di più di una generazione (me compresa!).
La nostra Pippi non è da meno, sicura delle sue idee, determinata a far conoscere le sue ragioni, proporrà alla nostra attenzione solo libri che le sono piaciuti e cercherà di incuriosirci e di farli leggere anche a noi.
Allora buona lettura (anche!) con la Pippi.

martedì 19 giugno 2018

La magnifica Jane









Questo titolo azzeccatissimo non è mio, si trova nel numero 123/2017 della rivista Leggendaria, diretta da Anna Maria Crispino, uscito in occasione del bicentenario della morte di Jane Austen (Steventon 1775, Winchester 1817). Occasione che ha riacceso un faro sulla sua opera anche se Jane è quasi un'icona pop, grazie alle riduzioni cinematografiche e televisive dei suoi romanzi, al fiorente mercato dei gadget e agli innumerevoli siti, associazioni e club a lei dedicati. Eppure, tra critici e lettori, c'è ancora chi pensa sia una scrittrice "delle piccole cose", una che scrive solo di balli e matrimoni, insomma un'autrice chick-lit.
Diamo pure la responsabilità alle traduzioni, quella di Caprin, del 1932, con i nomi tutti italianizzati, è da evitare accuratamente, almeno per i giovanissimi! Ma ormai ne esistono così tante e così diverse che si potrebbe scegliere, in una libreria o biblioteca ben fornita, quella che più ci aggrada e nel sito di JASIT (Jane Austen Society of Italy) www.jasit.it si può trovare una miniera di informazioni al riguardo e persino un'analisi comparata di alcune traduzioni, ad opera di Giuseppe Ierolli.
Sgombriamo perciò il campo da questa obiezione, che cosa ci impedisce o ci frena dal leggerla? Personalmente nulla, mi pare ovvio, ma capisco che un'autrice tra Settecento e Ottocento possa sembrare una lettura semmai scolastica, ma non adatta all'estate, al tempo libero, a un fine settimana e così via. Invece no, la modernità di JA sta nella freschezza dei suoi dialoghi, nelle battute argute e, soprattutto, nella sua capacità di dire e non dire, di alludere. A cosa? Ai problemi della società, ai rapporti familiari, alla vita di coppia, alla condizione della donna. JA femminista? Questa diatriba mi ha stancata, non mi interessa etichettarla secondo parametri da gender studies, mi basta sapere che rivendicava il diritto di parola, seppure in punta di penna, in un momento storico in cui l'individualismo si affermava ovunque, ma non si riconosceva alcun diritto alle donne. E lei parlava di denaro, senza filtri, di povertà, di matrimonio come unica ratio per evitare lo spettro dello zitellaggio, ironizzava su contegno e buone maniere come unico stile per le donne di porsi in società, non mostrando intelligenza e arguzia, o gli uomini si sarebbero spaventati. La sua personaggia più ribelle è proprio Elisabeth, che fa innamorare di sé Darcy non per la sua bellezza o per i modi eleganti, ma per la sua intelligenza.  E le altre? Si può ricordare Emma, che non pensa affatto al matrimonio e che poi riesce persino a ribaltare la consuetudine dello spostamento tradizionale, dalla casa paterna a quella del marito, facendo abitare il marito nella "sua" casa, non volendo lasciare l'affezionatissimo padre.
Un'altra obiezione deriva dal pregiudizio (appunto!) secondo cui JA sarebbe di ristrette vedute, perché le storie si svolgono sempre in campagna, coinvolgono due o tre famiglie, un curato, un certo numero di ragazze e di giovanotti, tutti più o meno della stessa classe sociale, anche se con patrimoni differenti, semmai le differenze di rango aggiungono pepe alla trama. E questo cos'ha a che fare con la società dei nostri giorni, con i problemi di lavoro, migranza e altro? Nulla, direi. Ma la bellezza e il godimento puro di leggere questa autrice ci viene dai dialoghi, certo non dall'analisi della società, che pure c'è ma non è l'attuale, e cesellata con uno stile parodico, non compreso da una lettura letterale e superficiale. Quella stessa lettura che l'ha intrappolata nell'immagine della "cara vecchia zia", stigmatizzata da  suo nipote nel famoso Memoir, dato alle stampe nel 1870, con buona pace della famiglia, a partire dalla famigerata sorella Cassandra, che distrusse gran parte delle sue lettere dopo la morte di Jane. Ma non ha distrutto le opere giovanili e proprio quelle, sempre trascurate dai critici, sono ora oggetto di attenzione perché contengono in nuce tutte le chiavi per cogliere la complessità della scrittura di Jane, sotto la vernice brillante che cattura e ammalia a una prima lettura. Grazie agli studi austeniani, cominciati in Italia sotto la guida di Beatrice Battaglia, all'Università di Bologna, riusciamo faticosamente a liberarci dallo stereotipo in cui è stata cacciata l'autrice, grazie anche alle quattro paginette che l'anglista Mario Praz le dedicò parlando della sua "scrittura notarile".
Alterne vicende della critica, e non solo nel nostro Paese. Fortunatamente, lettrici e lettori possono anche ignorarle e accostarsi ai suoi testi per il puro piacere di leggere.
Buona lettura con Jane Austen.

(segue una bibliografia molto, ma molto personale)
Di Jane Austen non si possono ignorare i sei romanzi canonici:
Orgoglio e Pregiudizio (Pride and Prejudice)
Ragione e Sentimento (Sense and Sensibility)
L'Abbazia di Northanger (Northanger Abbey)
Mansfield Park
Emma
Persuasione (Persuasion)
Ognuno ha le sue preferenze, le mie fluttuano a seconda dei periodi di lettura e rilettura.

Le opere giovanili adesso sono disponibili in raccolta completa, con uno scritto di Virginia Woolf e una prefazione di Beatrice Battaglia:
Juvenilia, Rogas Edizioni, 2017.
Alcuni titoli delle opere giovanili sono reperibili anche nei tipi de La Vita Felice, come libretti singoli, con testo inglese a fronte.
Ricordo di Jane Austen (A Memoir of Jane Austen), James Edward Austen-Leigh, traduzione di Bruna Cordati, Edigeo, 2017 (ne esistono svariare altre edizioni; nonostante i limiti di cui ho detto prima,  è pur sempre un libro importante che ha segnato la svolta nella popolarità di JA, prima d'allora era letta in circoli ristretti di letterati, dopo ne furono stampate copie anche in veste economica e fu tradotta all'estero, in Europa e nel Nord America, ma non in Italia, naturalmente!).


Tralascio le opere incomplete.
Testi di critica:
La zitella innamorata. Parodia e ironia nei romanzi di Jane Austen, Beatrice Battaglia, Liguori Editore, 2009 (la prima edizione è introvabile, Longo, 1983; testo fondamentale, imprescindibile, ma può presentare qualche difficoltà di lettura perché ampi brani di citazione non sono tradotti in italiano).
Nel cuore di Jane. Ri-leggendo Persuasion, Beatrice Battaglia, Liguori, 2018 (la rilettura dell'ultimo romanzo di Austen, forse quello più moderno, una protagonista non più giovanissima e il sentimento d'amore trattato come non mai, chissà se l'autrice avrebbe continuato a scrivere in questo solco?).
Sei romanzi perfetti, Liliana Rampello, il Saggiatore, 2014. (più semplice del testo di Battaglia, con alcune tesi simili e interessanti nuove prospettive).
La strategia del silenzio. Le ultime eroine di Jane Austen, Alessandra Quattrocchi, iacobellieditore, 2017 (agile saggio, molto interessante, prende in esame Anna, Emma, Fanny Price, Jane Fairfax e altre personagge, per un'interpretazione di protagoniste e comprimarie che sembrano fragili solo in apparenza).
Leggendaria 123/2017, La magnifica Jane, rivista bimestrale diretta da Anna Maria Crispino.

E, se volete divertirvi o irritarvi:
La letteratura inglese dai romantici al Novecento, Mario Praz, Biblioteca Universale Rizzoli, 1992 (la prima edizione del 1975 era delle Edizioni Accademia, Milano; ho già detto cosa penso di queste pagine e del peso negativo che hanno avuto sull'immagine di JA, quando era già inserita a pieno titolo fra i grandi autori del canone occidentale fin dal 1923, grazie alla raccolta curata da R.W.Chapman, era letta e amata da autori come Walter Scott, e Virginia Woolf disse di lei :"La più perfetta tra le scrittrici").


Intorno a Jane Austen
I Janeites. Il club di Jane Austen (The Janeites), Rudyard Kipling, elliot, 2017 (un racconto che Kipling, grande estimatore di JA, pubblicò nel 1924 sulla rivista The Story Teller, scritto dopo la perdita del figlio, in guerra, racconta di un gruppo di commilitoni che, sotto le granate, in trincea, si riparano dagli orrori della guerra leggendo le opere di Austen. La prefazione del volumetto chiarisce anche l'origine del termine janeite in cui si identificano gli appassionati lettori di JA).
Jane Austen. I luoghi e gli amici (Jane Austen. Her Homes and Her Friends), Constance Hill, illustraz. di Ellen G. Hill, Jo March, 2013 (la prima edizione è del 1902, due sorelle, Constance ed Ellen, riperrono i luoghi austeniani, cercando le tracce delle case in cui nacque, abitò, scrisse e soggiornò JA, fino alla casa dove la colse la morte, a Winchester. Un libro delizioso, scritto da due appassionate janeite, all'inizio del '900, quando ancora imperversava l'immagine vittoriana di Jane, tradotto ora magistralmente da Silvia Ogier, Mara Barbuni, Giuseppe Ierolli e Gabriella Parisi).
Tea With Jane Austen, Kim Wilson, Frances Lincoln Limited Publishers, 2004 (non ancora tradotto in italiano, questo patinato libro, corredato da numerose immagini, presenta la dimensione domestica di Jane, a cui era affidata la cerimonia del tè e la custodia delle preziose foglioline e dello zucchero, in un tempo in cui erano beni per pochi; racconta anche dei suoi frequenti viaggi a Londra per acquistarlo, da Twinings e dei riferimenti al tè sorseggiato nei suoi romanzi).
Niente donne perfette. Lettere di profonda superficialità, traduz. e cura di  Eusebio Trabucchi, L'Orma Editore, 2016 (una scelta limitata dalle peraltro poche lettere rimaste di Jane Austen e tuttavia interessante e godibilissima; per la raccolta completa di lettere si veda il già citato sito di JASIT).
Una verità universalmente riconosciuta...Scrittrici per Jane Austen, a cura di Liliana Rampello, Astoria, 2017 (sei scrittrici riscrivono, con esiti differenti, a mio parere, i sei romanzi canonici, Stefania Bertola, Ginevra Bompiani, Beatrice Masini, Rossella Milone, Bianca Pitzorno, Lidia Ravera; operazione editoriale legata al bicentenario della morte dell'autrice, forse non se ne sentiva la necessità).
Lizzy Bennet's Diary, Marcia Williams, Walker Books Ltd, 2013 (non conosco l'edizione italiana, se esiste, di questo piacevolissimo diario di Elisabeth Bennet, inventato ma ispirato fedelmente a Orgoglio e Pregiudizio, con illustrazioni deliziose, ma rimane un prodotto presentabile ai giovani lettori solo se padroneggiano la lingua inglese).
Ragione e sentimento, Stefania Bertola, Einaudi, 2016 (la riscrittura di Sense and Sensibility in salsa torinese, con il brio e lo humour tipici di questa autrice, molto divertente).
unteconjaneausten.com (un sito ricco, ricchissimo di materiale austeniano, curato da Silvia Ogier).


Esistono poi parodie di tutti i tipi delle opere, film e serie televisive, di cui ho detto, prequel e sequel dei romanzi, ma devo fermarmi, i miei detrattori, che mi rimproverano sovente per la lunghezza dei post, mi hanno già abbandonata diverse righe fa, non vorrei lo faceste anche voi.
Ancora buona lettura!





mercoledì 30 maggio 2018

Dacia Maraini, la vita, la scrittura

A scrivere di lei non basta un testo, come posso coniugare l'informazione essenziale sui suoi libri e l'emozione che sempre mi provoca leggerla?
Ci provo e, se vi stancate, lasciate pure il post al suo destino.
Dacia Maraini ha una produzione sterminata di opere, solo quelli teatrali sono più di sessanta titoli, perché ha amato molto il teatro, ha persino co-fondato due compagnie, Il Porcospino e La Maddalena. Per amore del teatro scrisse, spazzò il palcoscenico, rammendò i costumi, suggerì, ma non recitò mai. Una scelta, lei sostiene, dovuta alla sua inguaribile timidezza. 
Tanti e vari i temi che ha affrontato nei suoi libri, i due  romanzi giovanili hanno come soggetto degli adolescenti. Il primo, La vacanza,  fu rifiutato da tutte le case editrici, tranne l'editore Lerici, di Roma che però le suggerì qualcosa del genere: "Bambina mia, se vuoi avere qualche chance, devi procurarti la prefazione di un autore affermato". Lei aveva già conosciuto Alberto Moravia, fratello di una sua insegnante di disegno al Collegio Il Poggio di Firenze, superando la timidezza gli propose in lettura il manoscritto e Moravia le regalò una prefazione in forma di lettera. La sua carriera di scrittrice decollò e cominciò anche la sua relazione con lo scrittore.
L'ultimo libro pubblicato, Tre donne, presenta nonna, figlia e  nipote che vivono insieme, non senza ristrettezze economiche e frustrazioni varie. A rompere il loro fragile equilibrio è un uomo, il convivente della figlia-madre, lo scompiglio che ne deriva genera una lacerazione forte, illuminata infine da una speranza, ma rimane il dubbio che sia proprio tale. Scritto con registri diversi, dal gergo giovanilistico della figlia, a quello scanzonato e scurrile della nonna, e al linguaggio letterario della madre-figlia, amante del viaggio, traduttrice di professione, tesa a vedere il lato romantico dell'esistenza. Fotografia di una famiglia dei nostri giorni che consegna una riflessione singolare  sulla maternità, richiamando il sapore antico del maternage condiviso, lontano dalla chiusura del nucleo familiare ripiegato su se stesso.
Dacia si è occupata di temi difficili nei suoi libri e non si definisce femminista ma "dalla parte delle donne", benché si conosca la sua partecipazione al Movimento, negli anni Settanta. Ne parla diffusamente nel libro intervista La mia vita Le mie battaglie, in cui troviamo anche riflessioni sulla scrittura:
"Non credo che ci sia uno stile diverso (femminile)[...]. Per me, appunto, la ricerca di una scrittura femminile è la ricerca di un punto di vista, che significa visione del mondo. Non significa solo guardare da una parte o guardare dall'altra. Significa complessiva visione del mondo. Quindi comporta prendere posizione di fronte alla filosofia, alla religione, alla medicina, alla mitologia. Queste prese di posizione diventano un'assunzione di un punto di vista, un'assunzione dtorica. E questa assunzione del punto di vista, secondo me, è l'unica distinzione che può esistere tra un uomo che scrive e una donna che scrive. Perché? Perché un uomo e una donna nella storia hanno avuto esperienze diverse" (pag. 17).
La vita di Dacia, nata nel 1936 a Fiesole, vissuta in Giappone fino al 1947, poi a Bagheria, poi a Roma, viaggiando a lungo nel mondo, è raccontata in frammenti e ricordi in molti suoi testi, alcuni marcatamente biografici come Bagheria, che ripercorre il periodo vissuto ai margini del maestoso palazzo Valguarnera, in un pollaio riadattato ad alloggio per loro, i parenti poveri, arrivati dal campo di concentramento giapponese, a guerra finita. Dacia stabilisce una distanza fra il  ramo nobile materno della famiglia, gli Alliata di Salaparuta, impoverito e connivente con la mafia,  come altre famiglie siciliane. Riesce a scriverne solo dopo molti anni e dopo aver raggiunto la notorietà con i suoi romanzi. Proprio visitando il palazzo, sotto la guida sprezzante di una vecchia zia, scorge il ritratto settecentesco di una donna dallo sguardo triste, con un foglio e una matita in mano. Accanto, un altro ritratto di un uomo tutto vestito di rosso, detto "U Gambero", il suo Signor Marito Zio, che la sposò a soli tredici anni, dopo averla stuprata a sette. Qui nasce l'ispirazione, poi nutrita da una approfondita ricerca storica, del  romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa, che  le valse il Premio Campiello nel 1990, e numerosi altri riconoscimenti.
La nave per Kobe racconta invece, attraverso i diari giapponesi della madre, il viaggio avventuroso per nave verso il Giappone, compiuto dalla giovane coppia Maraini, quando Dacia aveva poco più di un anno. Fosco Maraini aveva vinto una borsa di studio, così strappò la tessera fascista che il padre, lo scultore Antonio Maraini,  gli proponeva per ottenere un posto di lavoro e partì con la famiglia. Il diario si interrompe al 1941 e non parla della prigionia, le fotografie in bianco e nero restituiscono l'astmosfera avventurosa di quegli anni, la giovinezza dei genitori e la scuola di Dacia, dove imparò il giapponese. In quel periodo nacquero le sue due sorelle, Youki e Tony.
Della sorella Youki, e delle altre persone a cui Dacia ha voluto bene e da cui ha dovuto prendere commiato, ne parla ne La grande festa, sospeso tra passato e presente, il filo della memoria strettamente allacciato alla realtà degli affetti, per elaborare il lutto in forma letteraria. Qui Dacia parla anche di Moravia, del loro lungo sodalizio affettivo e artistico, della sorpresa e del senso di vuoto che ha lasciato la sua scomparsa e di Pasolini, carissimo amico, con cui compì molti viaggi.
"Mi capita spesso di sognare mia sorella che se ne è andata più di dieci anni fa. [...]Nel sogno mi parla, ma le sue parole non mi raggiungono che smozzicate. Non mi sembra triste, ma quieta, pronta a uno dei suoi scoppi di allegria.[...]Mi chiedo, svegliandomi di soprassalto, quale sia questo luogo da cui sembrano guardarci i morti;questo luogo in cui i nostri cari scomparsi appaioni più vivi di noi; questo luogo in cui le epoche della vita si confondono con tanta facilità e struggimento. [...]Certo i morti hanno qualcosa da dire ai vivi, si tratta di intenderli. Non è sempre facile, perché il loro linguaggio è come il posto in cui abitano: isole sospese sulle acque, dai contorni sfumati e frastagliati."
Dacia dalla parte delle donne, sempre, e nel romanzo-inchiesta Isolina*, che ricorda il miglior Sciascia, emerge nitida la figura di Isolina Canuti, una ragazza simpatica e piena di vita che si scontra mortalmente, è il caso di dirlo,  contro i pregiudizi del suo tempo, quel 1900 in cui i benpensanti si arrogavano il privilegio di dipingere a tinte fosche qualunque donna che non si uniformasse al maschilismo imperante. Storia vera ambientata a Verona, su cui non è mai stata fatta piena luce, emblematica e indimenticabile.
Anche  Buio, raccolta di racconti intensamente narrativi sull'infanzia rubata e abusata, si pone come un libro da leggere assolutamente. Un tema  affrontato con la consueta semplicità, chiamando le cose per nome, non nascondendo mai il lato brutto, oscuro della realtà, ma sempre con una dolcezza espressiva che è la cifra di questa autrice. Questo romanzo vinse il Premio Strega nel 1999, ma pare scritto ieri, a conferma del fatto che il problema rimane drammaticamente attuale.
Dicevo che Dacia ha disseminato aneddoti personali in molti suoi testi, ne La seduzione dell'altrove, racconta alcuni suoi viaggi.
"Caro Giappone, con i tuoi odori di peschi in fiore, di dolci di soia, di pesce fritto e di saké caldo che mi sono stampati nella mempria olfattiva. Mi sei stato madre e padre, e hai lasciato tracce incancellabili sul mio destino. Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso, in una mattina nitida, nel campo di concentramento per antifascisti. Erano così lucide e splendenti quelle bombe contro il tuo cielo. Eppure venivano a portare bombe e distruzione" (pag.164).
Si chiede il perché dell'accanirsi tanto sul significato del viaggio, dopotutto si viaggia solo per il piacere di viaggiare e basta. Afferma che il viaggio sia un male di famiglia, a partire dalla nonna paterna, anglo-polacca e suo padre, diventato poi orientalista ed etnologo famoso, da sua madre, che non ha esitato a seguire il suo giovane e spiantato innamorato fiorentino, rifiutando il principe che la famiglia le aveva destinato.  Quindi "il viaggio nel sangue, come parte di un DNA segnato dall'inquietudine motoria e dalla curiosità geografica" (pag. 14). E poi anche il viaggio come narrazione a se stessi e agli altri.
Nel romanzo epistolare, Dolce per sé, troviamo lettere di una donna adulta a una ragazzina che raccontano un amore, le sue ragioni, le sue gioie, la sua fine. Con un ritmo musicale e la dolcezza del titolo che si ritrova un po' in tutte le pagine e nella descrizione del saluto alla sorella morta. Questa scrittrice racconta e si racconta ma mette altresì in guardia chi legge perché nel romanzo, afferma, c'è sempre invenzione. 
Protagonista de Il treno dell'ultima notte è la giornalista Amara a cui è assegnato un réportage sulle condizioni di vita nei Paesi europei dell'Est, dopo la fine del secondo conflitto che ne ha ridisegnato i confini. All'incarico ufficiale, Amara affianca e privilegia la sua personale ricerca di un amico d'infanzia di cui ha perso le tracce perché caduto nel gorgo dell'Olocausto. La vicenda si incrocia con i fatti d'Ungheria ma Amara, assorbita dal suo interesse primario, si lascia sfuggire lo scoop giornalistico e viene licenziata. L'autrice riflette qui su come la guerra cambi gli individui e niente risulti più lo stesso dopo un'esperienza di dolore.
Nel libro Amata scrittura Dacia si rivolge a scrittrici, scrittori e personaggi del mondo dello spettacolo e della cultura interrogandoli sugli aspetti della scrittura, della lettura, delle ragioni e della passione di scrivere, del ritmo, dello stile. Lei sostiene di scrivere per dare "una testimonianza delicata, un gesto di affetto nei riguardi di una memoria che se ne va e muore anzitempo" (pag. 5) e anche perché "noi siamo chiusi dentro una vita limitata, prevedibile [...] i romanzi danno la possibilità di attraversare altre esistenze, altri panorami, calzando altre scarpe, annusando altri odori, in un tempo che non ci appartiene". Per lei la scrittura è artificio, richiede abilità, applicazione, conoscenze e rimane sempre un "difficile e dolcissimo enigma".
Mi piace anche ricordare la sua posizione equilibrata nei confronti degli uomini, come è stato per altre scrittrici che amo, Virginia Woolf, Doris Lessing, per esempio.
"La dolcezza, non c'è dubbio, è il carattere che più m'incanta in un uomo. Qualcuno pensa che la dolcezza sia una qualità tipica delle donne e quindi non augurabile per un uomo. Nella testa di costoro la dolcezza è sinonimo di debolezza, quindi desiderare un uomo dolce significherebbe volerlo debole, fiacco, passivo. Ma sono idiozie. Perché la forza si accompagna sempre a una forma di serenità e dolcezza. Solo gli uomini fragili, impauriti, sono aggressivi, violenti, prepotenti e assertivi. Un uomo non nevrotico né infelice sarà aperto agli altri, disponibile, gentile, e se vorrà affermarsi lo farà attraverso la conquista del prestigio e non attraverso l'imposizione e la brutalità" (Dolce per sé, pagg. 181-182).
La vacanza, Lerici, 1962 (sono reperibili edizioni successive di Bompiani ed Einaudi).
Tre donne, Rizzoli, 2017.
La mia vita, le mie battaglie, con Joseph Farrell, Della Porta Editori, 2015.
Bagheria, Rizzoli, 1993.
La lunga vita di Marianna Ucrìa, Rizzoli, 1990.
La nave per Kobe, Rizzoli, 2001.
La grande festa, Rizzoli, 2011.
Isolina. La donna tagliata a pezzi, Rizzoli, 1992.
Buio, Rizzoli, 1999.
La seduzione dell'altrove, Rizzoli, 2010.
Dolce per sé, Rizzoli, 1997.
Il treno dell'ultima notte, Rizzoli, 2008.
Amata scrittura. Laboratorio di analisi, letture, proposte, conversazioni, a cura di Viviana Rosi e Maria Pia Simonetti, Rizzoli, 2000.