Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

mercoledì 28 novembre 2018

Una vita da libraio





Come può essere una vita da libraio? A chiederselo non sono certo le persone poco interessate ai libri, ma a chi li cerca, li legge, li conserva e-o li accumula, potrebbe incuriosire il volume Una vita da libraio. Rendiconto, talvolta un po' monotono, di un anno di lavoro e di vita nella libreria di un paesino scozzese, salvato però da un'ironia che tracima volentieri nel sarcasmo, soprattutto nelle descrizioni di clienti e collaboratori dell'autore, un giovane che incappa per caso nel mestiere, acquistando l'esercizio da un libraio che va in pensione.
Senza sapere molto di libri, ma avendone letti un discreto numero,  Shaun comincia la sua avventura, cercando e rivendendo libri usati, in un ambiente pieno di spifferi, visitato e marcato da gatti non invitati, con l'incubo degli scatoloni da caricare, scaricare, e il loro contenuto da censire, prezzare e collocare sugli scaffali. La sua collaboratrice stabile, tale Nicky, definirla eccentrica è ancora poco,  basti dire che ogni venerdì fruga nel bidone di un locale prelevando cibi discutibilmente ancora commestibili che offre in dono al suo principale. E poi se ne infischia allegramente delle più elementari forme di gentilezza, ignora i compiti che le sono affidati o li svolge solo in parte, secondo l'umore del momento, tuttavia il nostro libraio ritiene di non poter fare a meno di lei, per ritagliarsi il tempo e la libertà di andare a pescare.
Si respira, monotonia a parte, di cui ho già detto, un'aria d'antan, per i ritmi lenti dettati dalle stagioni e dalle abitudini di una piccola comunità, in cui non passano inosservati gli arrivi, le partenze e i decessi. E tutto passando l'idea che attorno, oltre il paese,  Wigtown, ci sia una natura selvaggia e incontaminata, infatti pare quasi di sentire il profumo d'erbaggio, l'aria pungente di neve, il torrente dove l'autore e proprietario della libreria, va a pescare i salmoni, e la pioggia noiosa che  picchia sulla vetrina, danneggiando il tetto e costringendo a intraprendere costosi lavori di manutenzione. Il paese esiste davvero, sulla costa sud occidentale della Scozia,  affacciato all'Irlanda, poco meno di un migliaio di abitanti e sede del Wigtown Book Festival, di cui si parla a lungo anche nel libro.
A punteggiare l'inizio di ogni mese una citazione di George Orwell del suo Ricordi di libreria
Nel periodo in cui lavorai in un negozio di libri usati - un luogo che, finché non ci si lavora, è facile immaginare come una specie di paradiso dove affascinato gentiluomini d'età scartabellano eternamente tra in-folio rilegati in pelle di vitello -  mi colpì soprattutto la rarità delle persone davvero interessate ai libri.
 e le citazioni suonano talvolta amare, persino ciniche e snob,  lasciando spazio al sorriso a seconda della disposizione di chi legge. Eppure raccomandabili all'attenzione e utili per riflettere su cos'era e cos'è diventato il mercato librario, chi sono oggi i lettori e chi erano un tempo e, soprattutto, cosa vogliono trovare in una libreria. Ė proprio questo il leit motif di tutto il libro e, se fosse un banchetto, il convitato di pietra sarebbe certamente Amazon che, di questo ambito,  ha stravolto tutto, non solo i prezzi, ma persino gli atteggiamenti delle persone nei confronti del valore dei libri.
Concludendo, una lettura piacevole e a tratti  divertente, densa di citazioni, riferimenti letterari e informazioni sui libri dai temi più vari, molti neppure reperibili in italiano, anche se i titoli sono stati tradotti per l'occasione. Una chicca per chi ama i libri e, si sa, anche quella dei libri è una mania come un'altra*.

Una vita da libraio, Shaun Bythell, Einaudi, 2017.
Ricordi di libreria, George Orwell, in Letteratura palestra di libertà. Saggi su libri, librerie, scrittori e sigarette, a cura di G. Bulla, Mondadori, 2013.

https://www.youtube.com/watch?v=jGFljyfORi8
https://www.youtube.com/watch?v=nq882Nc3ipY
* con il titolo Anche quella dei libri è una mania potete leggere, su questo stesso blog,  il post del 22/01/2013.











venerdì 9 novembre 2018

Stoner


Ci sono libri che passano inosservati per anni, non interessano ai loro  editori, non vengono promossi, diffusi, cadono nel dimenticatoio. Ė la vicenda di Stoner, scritto nel 1965, sebbene salutato come romanzo interessante, ebbe poco successo e cadde presto nell'oblio. L'autore, John Williams, era a suo modo abituato a questo tipo di delusioni, un destino simile era occorso ai suoi precedenti romanzi e Stoner era stato rifiutato da ben nove editori prima che la casa editrice Vicking lo accettasse. L'autore si rifugiava nell'alcol, continuava a insegnare e si esprimeva con sincerità solo tra i pochi amici. Accademico, come il protagonista di Stoner, ebbe il merito di avviare uno dei primi corsi universitari di scrittura creativa, apprezzato anche come autore del romanzo che getta una luce completamente diversa sul mito della frontiera, Butcher's Crossing, aprendo la strada interpretativa poi percorsa da Corman McCarthy in letteratura e Robert Altman nel cinema. Williams nacque nel 1922, in Texas, andò volontario in guerra e ne portò le conseguenze psicologiche per tutta la vita, secondo l'ultima moglie.  Si spense nel 1994, in Colorado, per complicazioni polmonari, dopo aver vinto il National Book Award per il romanzo Augustus, nel 1973.
Con una giravolta della fortuna, il romanzo si piazzò in pole position dopo la prima ristampa americana del 2003, da lì cominciò un passaparola che lo rese un romanzo amato e letto e tradotto. Da noi arriva solo nel 2012, salutato però da consensi eccellenti. La ragione è spiegata bene nella postfazione di Peter Cameron:

In quelle prime righe trapela l'intera vita di Stoner, una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato; mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita; per quasi quarant'anni è infelicemente sposato alla stessa donna; ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo;[...] Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante.

Si parla infine di "miracolo letterario", di "segreto", di "una scrittura senza ego", del "più grande romanzo americano di cui non abbiamo mai sentito parlare" . Nel leggerlo ci si interroga sul perché attragga tanto un personaggio che, a parte le primissime pagine, viene sempre indicato con il cognome, che suona simile a stone, pietra, non è mai coinvolto in alcuna avventura, anzi tormentato da un collega per tutta la sua carriera lavorativa. Tuttavia le pagine rivelano che William Stoner è un uomo  assai distante dalla durezza granitica minerale, è un impasto di delicatezza e dedizione, a senso unico però, perché sembra che la vita  non gli restituisca nulla. Sarà difficile dimenticarlo, Stoner è uno di quei personaggi che entrano sotto pelle, si insinuano nei pensieri di chi legge,  interrogano sul senso delle cose, della vita. Forse Stoner, da fallito quale sembra, conclude la sua vita da vincente perché riesce a essere semplicemente se stesso, senza emulare nessuno e, al contrario degli eroi, rappresenta l'umanità imperfetta che affronta la realtà come si presenta, trovando la sua forza nella letteratura.
Facile, troppo facile il parallelo con l'autore che scelse per sé l'epigrafe:
"Un eroe è colui che vuole essere se stesso"
ma non ci serve stabilire quanto autobiografico sia il suo romanzo, non toglie o aggiunge nulla al regalo di leggerlo.

Stoner, John Williams (traduz. di Stefano Tummolini, postfaz. di Peter Cameron, traduz. di Giuseppina Oneto), Fazi Editore, 2012.