Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

mercoledì 24 aprile 2019

Non ci salveranno i melograni




Il melograno è una pianta resiliente, resiste alle poche cure e sopravvive in terreni calcarei, in cambio regala frutti generosi ed è, da sempre,  simbolo di prosperità. Non è un caso che sia stato scelto da Maristella Lippolis quale albero emblematico di una tragedia annunciata. In Non ci salveranno i melograni, l'autrice racconta una vicenda privata nel contesto di una natura stupenda, un'isola della Croazia, nel momento in cui si addensano le nubi di quella guerra che ha cambiato il volto dei paesi e stravolto la vita delle persone, finanche la loro lingua.
Laura arriva sull'isola con un bagaglio di emozioni indistinte, è in vacanza ma non proprio, vuole restare ma non sa bene quanto tempo, ripensa a quello e a chi ha lasciato, ne soffre, ma desidera stabilire una distanza dalle esperienze precedenti. Incontra Vera, una donna "antica", in assoluta armonia con la terra che abita e stabilisce con lei un dialogo fatto di gesti e sguardi che prescinde dalla lingua che parlano, l'una sconosciuta all'altra, e le rare parole tra loro sono solo un sigillo di avvenuta comprensione.
E incontra Goran, un giovane uomo energico, colto, ma tormentato dalla necessità di prendere una posizione rispetto la guerra che non vo e intuisce come il male più grande.
Il racconto è ritmato da scritture diverse, in prima e terza persona, rende il visibile percepito e l'intima ricerca di senso nel quotidiano, nei rapporti, nella natura. Il finale è sospeso nel boato della guerra devastante, niente sarà più come prima.
Maristella Lippolis scrive con il suo consueto rispetto delle persone, in una lingua che si fa dolce quando descrive Vera, diventa contemporanea ed esplicita nel rapporto con Goran e infine struggente nel tratteggiare i luoghi e il destino che incombe su tutto e tutti.
Pubblicato dopo Raccontami tu (L'Iguana Editrice, 2017) questo romanzo  ricorda come si possa precipitare facilmente nel baratro del razzismo e della violenza.  Una riflessione tristemente utile di questi tempi.

Non ci salveranno i melograni, Maristella Lippolis, Ianieri Edizioni, 2018.



martedì 16 aprile 2019

Mio fratello


Ho scelto questo libro per il titolo, leggerlo e identificarmi nelle sue parole è stato fin troppo semplice.
Lascio dire all'autore.

La sua presenza mi mancava. Abitavamo a settecento chilometri di distanza, ci vedevamo poco, ma ci telefonavamo spesso.
Passati sedici mesi, mi mancava ancora, ogni giorno.
Mio fratello l'ha ucciso una clinica privata. (No, era un ospedale pubblico).
Se dovessi riassumere la vita di mio fratello, direi che fu innanzitutto [...] il fratello preferito [...] (e la persona più generosa che sia mai esistita).
[...]tenne per sé il dolore [...]e non si lamentò mai di un qualsivoglia deficit di amore coniugale -seppur, ai miei occhi, così flagrante negli ultimi anni della sua vita come se lo avessero abbandonato nudo nella neve. A volte, nei miei momenti più neri, penso che sia morto proprio per quel freddo.
A volte, per strada, lo vedevo in lontananza.
Non avevo bisogno di verificare. Sapevo che non era lui. Eppure l'avevo visto. Ogni tanto lo vedo ancora.
Il concetto di probabilità aveva un grande ruolo nella sua vita: poiché al peggio non c'è scampo - una questione di probabilità - non era il caso di drammatizzare.
Ho perso la gratuità del suo affetto, il piacere della sua compagnia, la profondità del suo silenzio, il distacco del suo humour, la delicatezza della sua attenzione, la sua serenità di giudizio, la sua intelligenza delle situazioni [...].
[...]la sua disponibilità, la sua calma, la sua discrezione, il suo rifiuto di drammatizzare, la sua lucidità, la sua attenzione [...]avevano fatto di lui il punto di riferimento implicito degli uni e degli altri.
(Adesso siamo tutti più soli, ciao Franco).


L'autore è straconosciuto, la traduzione è perfetta, l'idea geniale: alternare parti dell'opera di Herman Melville, Bartleby lo scrivano, che i due fratelli amavano, a considerazioni come quelle che ho trascritto.
Ripeto, ho scelto questo libro per il titolo e identificarmi nelle parole dell'autore è stato semplice. A volte si trova in un libro quello che esattamente si sta pensando.
Mio fratello, Daniel Pennac (Mon frère, 2018), traduz. di Yasmina Melaouah, Feltrinelli Editore, 2018.






domenica 14 aprile 2019

Vincoli



Sono cresciuta in una casa piena di libri, con familiari che leggevano parecchio e mi sono accostata alla letteratura forse troppo presto, capendo magari in parte o per nulla quello che leggevo, soffermandomi sulle trame e i dettagli che più colpivano la mia immaginazione di adolescente. Poi la vita ha fatto il resto, impegnandomi in mansioni varie e tanti libri non sono mai stati riletti quando avrei potuto disporre di maggiori strumenti per capirli. Così è stato per la letteratura americana e adesso mi trovo sguarnita di paragoni nell'approcciare un autore che apparentano a Faulkner e io vedo invece più vicino a Steinbeck e Hemingway, fermi restando i limiti di cui sopra.
In ogni caso, la lettura di Vincoli, di Kent Haruf è travolgente, guidata da una voce narrante che sembra rivolgersi proprio a noi (come e più de Il grande Gatsby) in un tono amichevole, accorato, ammiccante o straziato dai ricordi, a seconda dei momenti della storia. Ė il primo libro dell'autore e, come gli altri che sono seguiti, è ambientato nei pressi della cittadina di Holt, in Colorado, situata solo nella fantasia dell'autore, mentre altri riferimenti hanno una verità anche geografica, per esempio Glenwood Springs, Aspen.
Il pater familias, Roy, negli anni Venti arriva dall'Iowa  con la sua esile e giovane moglie, sulla traccia di volantini stampati e diffusi dal governo che parlavano di una terra promessa (si veda appunto Furore).  Invece trova una campagna «sabbiosa e arida e perlopiù piatta, con qualche bassa collina di sabbia che si perdeva a NordEst, verso la regione del Nebraska Panhandle. Praticamente non c'erano alberi». 
Ad Ada, la moglie, il posto risulterà sempre estraneo, fino alla morte, e rimpiangerà ogni momento la sua terra d'origine. Roy è duro, assoluto nelle sue decisioni, implacabile e non faccio spoiler rivelando che seminerà grano e infelicità per tutta la sua lunga vita. La vita di questa famiglia intreccia il suo destino con quella della famiglia  vicina, solo un chilometro di strada sterrata li separa, e così, tra nascite, disgrazie e una rara partenza, si snoda attraverso i decenni, la guerra e il dopoguerra. Il racconto comincia dalla fine, potrebbe sembrare un giallo, ma scordiamo presto il finale, riportati come siamo al prima e, soprattutto, al come e al perché.
Se siamo pronti a immergerci in un mondo in cui la natura governa con le sue leggi il duro lavoro nei campi, in cui la corteccia sembra rivestire anche certie persone e se siamo altrettanto pronti ad accettare la malasorte che sembra accanirsi sui personaggi, allora Vincoli è la lettura per noi. Tuttavia non è una vicenda triste, è solo molto umana, iperrealistica, con squarci di generosità e ottimismo sorprendenti.
Edith è indimenticabile per la sua dedizione alla famiglia e l'incapacità di sottrarsi alla disciplina degli affetti.  La voglio ricordare mentre prepara la sua torta di zucca, e guida il trattore e vola in macchina tirando tardi, per una volta. Ma ogni personaggio di questa storia si farà accettare, se non amare, anche soltanto per come viene descritto.

Vincoli. Alle origini di Holt, Kent Haruf (The Tie That Binds, 1984), traduz. di Fabio Cremonesi, Enne Enne Editore, 2018.