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lunedì 11 settembre 2017

Qualcosa sui Lehman


Settecentosettantatre pagine intimidiscono, non c'è dubbio, scomodo portarsele in viaggio e in spiaggia. Che si tratti di un coffee table book? No, Qualcosa sui Lehmann non dispone di illustrazioni e fotografie tali da attrarre la curiosità dei distratti "sfogliatori" di casa o di passaggio in qualche sala d'attesa. Eppure il ponderoso volume di Stefano Massini, finalista al Premio Campiello 2017, non sfigurerebbe su qualche tavolino e spopolerebbe nei reading perché dispone egregiamente alla lettura ad alta voce. Intanto, è spassoso, grazie all'apparente leggerezza, è ricco di humour sottile, e poi è una ballata, perciò la lettura  corre spedita e veloce incalzata dal ritmo, dall'effetto sorpresa, dalle ripetizioni incrociate e sorprendenti, persino dall'evidenza matematica, reale o fasulla, di certe affermazioni funambolesche e furbissime.
Ma è un romanzo? Così è scritto in copertina, certo è che la narrazione si sviluppa in modo lineare raccontando la storia di una famiglia ebrea dalla metà dell'Ottocento alla seconda metà del Novecento, ma la formula linguistica scelta dall'autore  ricorda più l'Odissea che I miserabili e, per quanti conoscono fortuna e fine in bancarotta di Lehman Brothers, questa lettura sarà una piacevole scoperta.
Il ventiquattrenne Heyum Lehmann (con due "n", detto "la testa") sbarca sul molo number four di New York dopo quarantacinque giorni di traversata. Partito da Rimpar, Baviera, con la benedizione del padre, allevatore di bestiame, perché faccia fortuna e torni con molto denaro, si imbarca a Le Havre per un viaggio che lo trasforma da timido astemio a bevitore e campione di scommesse, con la convinzione di conoscere il mondo, «Baruch HaShem!» (Grazie a Dio!). Subito la semplificazione del nome in Henry e la cancellazione di una enne nel cognome e poi via, lontano dal freddo newyorkese, troppo simile a quello in Baviera, comincia con un emporio di tessuti e articoli vari a Montgomery. Raggiunto poi dai fratelli Emanuel ("il braccio") e Mayer ("la patata"), insieme creano l'avventura commerciale e finanziaria di cui si conosce. Sovrapponendo le loro vite per poco, e facendo succedere figli e nipoti, dall'Alabama arrivano a New York, passando dal commercio del cotone all'alta finanza, provando e riuscendo a fare affari con il caffè, il carbone, le ferrovie, l'arte e il cinema, alternando successi e rovinose perdite, come nel disastro del 1929. Una storia di famiglia dove le donne sono figurine ritagliate che vanno giusto bene per dare eredi e proseguire la dinastia, scelte in ragione della loro modestia e della famiglia di provenienza.
Eppure, ancorché romanzata e, probabilmente, resa con ironica bonomia, rimane una storia vera e dentro c'è tutta l'imprenditorialità geniale del mondo ebraico, la genesi dei self made men americani e la storia stessa degli Stati Uniti che si fanno caput mundi, o ci provano.

Qualcosa sui Lehman, Stefano Massini, Mondadori, 2017.


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