Quentin Blake per Mathilda di Rohald Dahl

lunedì 24 novembre 2014

Il fazzoletto di Margherita


La bicicletta arranca sul ponte leggermente in salita, mentre la lana della sciarpa pizzica la faccia prima di proteggerla e la nebbia è talmente densa  che sembra di attraversare una nuvola.
Margherita sa che il tratto di strada più difficile è proprio questo,  con la fatica di pedalare nel freddo, vedendo poco o nulla, tenendo saldo il manubrio  per non  perdersi, ma basterà arrivare alla fine del ponte e poi, lungo il Po,  le sagome alte degli alberi segneranno la strada fino al crocevia, quindi a destra, ancora una breve salita e infine la fabbrica, grigia come la nebbia.
Nebbia, fatica, freddo non sono nei  suoi pensieri: stanno per tornare a casa  i ragazzi per le vacanze di Natale e  lei vuole che tutto sia pronto per accoglierli.  Solo pensieri  lieti le si affollano in mente, tanto ha sofferto la loro mancanza.
Pedala Margherita, pedala sennò arrivi in ritardo.
Ieri si è fatta aiutare dal Vasio a liberare una cameretta e oggi viene un lattoniere per realizzare un bagno, così i ragazzi non saranno più costretti ad andare fuori, sul balcone; abituati come sono, in collegio, non accettano le scomodità della casa come un fatto naturale, come per lei, che tra quelle camere è nata ed è già contenta di averle conservate, nonostante la guerra. Allora, ecco la decisione di usare tutti i risparmi di un anno per questo cambiamento, cercherà poi di far bastare la provvista di legna e carbone coke per tutto l’inverno, senza neanche immaginare altre spese.
L’ultima volta che i ragazzi sono stati con lei, ha visto nell’espressione di Camilla un moto di insofferenza, per le condizioni della casa di ringhiera, una reazione ancora più dolorosa perché si celava dietro uno sguardo gentile, quasi pietoso, e Margherita ne aveva sofferto. Eppure, per aprire  loro una strada diversa, bisogna correre il rischio di perderli, i ragazzi, aumentando la distanza tra noi e loro, accettando persino di essere giudicati ignoranti e rozzi, per quanto sia  doloroso.
Ma non è questo che importa, pensa Margherita. La cosa più bella, che scalda il cuore, è ritrovarsi insieme, la mattina di Natale, fingere sorpresa nello scoprire le calze, appese al letto,  ripiene di mandarini e fichi secchi… Che festa!
L’ultima pedalata, scende dalla bici e la mette sulla rastrelliera, sotto al cartello “DONNE”.
-          Il Cicotu sta male, è all’ospedale, e la tua tosse come va, Margherita?
-          Mi fa compagnia, sempre uguale e tu, Iole, hai portato almeno un fazzoletto? Speriamo che diano qualche giorno di mutua al Cicotu.
-          Ma  figurati, proprio quelle belle teste dell'amministrazione! Con tutti quelli  che aspettano un posto, qui, sai com’è, la mutua è l'ultimo pensiero, conta solo la produzione. E finiscila con la storia del fazzoletto – aggiunge ridendo - cosa vuoi che facciano i nostri fazzoletti, lì dentro, o i nostri guanti di lana, ci vorrebbe… uno scudo, contro quella polvere! –  conclude Iole prendendo la sua amica sottobraccio e leste   si avviano all’interno del cortile, dove si apre la guardiola d’ingresso allo stabilimento e agli uffici.
Non sono ancora arrivate che esce il guardiano, uno del loro quartiere, con cui Margherita ha frequentato la scuola elementare; tornato dalla guerra senza un braccio, ha subito ottenuto un posto nell’azienda. Non vuole essere cattivo con quelle due donne, Margherita poi, la conosce da sempre, ma deve controllare gli ingressi.
-          Avete cinque minuti di ritardo, dovete recuperarli. – sottolinea puntigliosamente.
-          Sì, sì, li recuperiamo, stai tranquillo, non ci hanno mai ridotto la paga, a noi, ma almeno tu stai al caldo, dai, vai dentro. – aggiunge  Margherita con un sorriso, mentre si avviano al loro capannone.
Come altre donne, anche loro sono addette alla produzione delle lastre ondulate, è un prodotto nuovo che viene  usato nei cantieri. E  di cantieri ce ne sono dappertutto, ogni giorno ne aprono uno, in città e fuori,  c’è un Paese da ricostruire, la guerra è finita da cinque anni ma la vera ricostruzione comincia solo ora.
Servono materiali e risorse umane, perciò vanno bene anche le donne, come in tempo di guerra.
Il materiale che produce l’azienda è molto richiesto per le sue caratteristiche di duttilità,  economicità e durata;  permette di abbreviare i tempi di costruzione, è facilmente trasportabile, ha un gradevole colore azzurrino.
Sembra utile ed innocuo.
La fabbrica lavora a pieno ritmo, aumenta le linee di produzione ed i turni degli operai per soddisfare la domanda crescente del mercato, offre occupazione e servizi alla cittadinanza  e la città la coccola, questa sua fabbrica, se la tiene stretta, è sinonimo di modernità e benessere. Ci sono le colonie estive  per i ragazzi e il gioco delle bocce per i pensionati, i figli  desiderano prendere il posto dei padri che vanno in pensione, perché garantisce  un impiego sicuro.  Margherita stessa  non sa spiegarsi la grande fortuna di avere un salario assicurato e, per questo motivo, non manca di ringraziare il Signore, ad ogni prima messa domenicale nella Parrocchia di S. Ilario.
Sembra ci siano  problemi di salute, qualcosa alla pleura, ma chi può dire sia proprio la fabbrica?
-          Dai che cominciamo, mettiti i guanti Iole.
-          Sì, e tu il tuo benedetto fazzoletto!
Iole è triste, il suo Toni è a militare, non le scrive neanche  e lei ha paura di perderlo, così lavora distrattamente. Margherita la sorveglia da lontano, con apprensione, perché non è abbastanza attenta e ci vuole ritmo per prendere le lastre e accatastarle ad una certa altezza. Ma non si può parlare perché anche qui c’è nebbia, più fitta e cattiva di quella del ponte,  fatta di polvere che entra nella bocca e negli occhi, punge e brucia.
Margherita si annoda un fazzoletto sul viso, lasciando scoperti solo gli occhi e comincia a lavorare,  come le altre donne, al suono metallico del campanello d’ inizio turno.
Fuori, la città sta ancora dormendo nella nebbia.
A un certo punto, Iole non è abbastanza veloce nel prendere la lastra e depositarla, con una leggera torsione, sul mucchio predisposto. Margherita la vede dalla sua linea, lancia un avvertimento, Iole la guarda distrattamente, persa nei suoi pensieri, la lastra arriva puntuale, senza guida, sul suo fianco. Si sente  l’urlo di dolore della ragazza nella polverina grigioazzurra dell’aria.
-          Fermate la linea, fermate la linea – Margherita urla e, dopo una manciata di secondi che sembrano ore, il suono ripetuto del campanello  dà l’avviso di fermata.
Le donne del settore si precipitano a soccorrere la ragazza a terra,  svenuta e colpita al fianco, c’è sangue sul letto di polvere del pavimento.
-          Dovete stare più attente, ma dove avete la testa, voi? Donne!
Il capetto di turno, uno di quelli sempre pronti a schierarsi con l’azienda, si avventa su Margherita, allontanandola dal luogo dell’incidente.
Margherita si offre per accompagnarla all’ospedale, Iole non ha più nessuno in famiglia, sua madre è morta dopo la guerra, il fratello finito in Albania, il padre…
-          Non fare il disgraziato, lasciami stare con lei, deve avere qualcuno quando si sveglia, altrimenti va giù di morale.
-          Vai a lavorare, tu, che adesso riattacchiamo la linea, pensa agli affari tuoi, è un normale infortunio, non è mica morto nessuno.  Anche voi, cosa state qui a guardare? Riprendete i vostri posti!
Alza la voce il capetto, sa che può esercitare un suo piccolo potere su queste donne, soprattutto adesso che sono spaventate. Le allontana con la mano e  anche Margherita, tra loro.
Dopo l’arrivo dell’ambulanza, la linea riprende il suo rumore e il lavoro continua .
Mentre si rialza il fazzoletto, già rigido e impregnato di polvere, i pensieri di Margherita vanno tutti alla povera Iole, vorrebbe raggiungerla alla fine del turno, ma no, non sarà possibile. La zia Rusin, inferma com’è, se non la vede arrivare subito a casa, pensa al peggio, poi c’è il lattoniere da seguire,  dovrà aspettare  fino a sera, anche se farà freddo, per arrivare all’Ospedale S. Spirito e portare qualche conforto all’amica.
Il tempo scorre mentre le operaie addette alla produzione delle lastre ondulate si scambiano occhiate furtive e preoccupate, tra colpi di tosse, soffiate di naso, occhi che piangono.
Sirena, fine turno.
Anche la città sente la sirena e adegua i suoi ritmi ad essa. Al  familiare suono, nelle case si butta la pasta perché gli operai non tarderanno ad arrivare per la pausa pranzo, si regolano gli orologi, si scandisce la quotidianità.
Sul ponte, si crea  una fila interminabile di biciclette e anche Margherita è di nuovo sul ponte e la nebbia del mattino si è dileguata, sostituita da un venticello inaspettato, per la stagione. Un vento che ha liberato il cielo, e ora, sul fiume, si vedono le dolci colline intorno la città, e la vista arriva lontano, fino alle montagne innevate, bellissime.
Ma il vento trasporta anche la polvere della fabbrica  e così questa si deposita sui davanzali, sui tetti, entra dalle finestre aperte per arieggiare le camere e, molto democraticamente, si distribuisce sulle case della periferia e del centro storico, contaminando  persone e ambienti di ogni ceto sociale.
La polvere è sempre grigia, ma questa, come dicono tutti, in città, è  cattiva.
E’ composta da fibre milletrecento volte più fini di un capello, furtiva si inserisce  negli alveoli polmonari, si annida e staziona lì anche per decenni, prima di manifestarsi, inesorabilmente.
Dovranno ancora passare quasi quarant’anni perché lo stabilimento venga chiuso e il materiale prodotto sia riconosciuto altamente nocivo.
Oggi,  a più di trent’anni dalla chiusura dello stabilimento e oltre due decenni dalla promulgazione della legge che vieta l’impiego del prodotto, i cittadini di questo angolo di Paese aspettano ancora una quieta parola conclusiva di giustizia.
Non lo sai tu, Margherita, e non lo sa la città intera. 
Questa è ancora un’altra stagione e tanti operai, operaie e persone che non hanno mai avuto nulla in comune con la fabbrica ci lasceranno, prima che  il problema  arrivi ad interessare i politici, l’opinione pubblica, i decisori a qualsivoglia livello.
Pedala, Margherita, la tua giornata è ancora lunga. Devi arrivare a casa, tranquillizzare la zia Rusin, riordinare, poi correre in ospedale dalla  Iole, se non vai tu, chi vuoi che vada, sola com’è.
Ah, questa tosse, che fastidio, come brucia la gola.
Pedala, Margherita, pedala, non badare alla tosse, alla polvere, alla nebbia, domani arriveranno i ragazzi!

Dedicato a Margherita, Carletto, Franco, Vasio, Iole, Gino, Guido, Libero, e alle migliaia di vittime dell'amianto, di Casale Monferrato e del mondo, che non hanno ancora avuto giustizia.




4 commenti:

  1. Brava Laura,
    ho pianto leggendo il tuo racconto...
    Quanto dolore, quanto sgomento per le vittime dell'amianto e i loro familiari..
    Quanto tempo sarà ancora necessario perchè abbiano giustizia?
    Un abbraccio a te e a tutta Casale Monferrato.
    Manuela

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    1. Grazie, Manuelina, è una ferita che rimane aperta, ma la solidarietà aiuta la speranza.

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  2. un racconto commuovente, grazie Luradeilibri

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  3. Grazie a te, anonimo/a lettore/lettrice per aver letto il racconto: è ispirato ad una storia vera, come vera è stata Margherita, che ci ha lasciati tanti anni fa.
    Il picco della malattia mesotelioma si prevede che colpisca tra il 2015 e il 2020, non ci sono cure mediche né, purtroppo, giustizia alcuna.

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